Spezia-Benevento ai raggi X. Mosse e cambi giusti

La squadra ritrova antichi slanci e una vittoria che mancava da sei settimane

Benevento.  

C’è la luce oltre il tunnel, c’è finalmente la vittoria sul campo dello Spezia. E’ un messaggio forte e chiaro a chi pensava che questa squadra fosse sulla via del declino. E’ la spallata che si aspettava da parte di un gruppo che non poteva lasciarsi andare senza combattere. Il gruppo è unito, compatto: bella l’immagine finale con Baroni che raccoglie intorno a sé tutta la squadra e l’arringa come se dovesse scendere in campo da lì ad un minuto.

LACHIAVE TATTICA – Baroni tiene fede alle premesse della vigilia: 4-4-2 che diventa 4-3-3 (o 4-5-1) in fase di non possesso. Regge il confronto con la squadra spezzina che fa grande densità a centrocampo, ma prende il solito gol dopo una decina di minuti di gioco. Le cattive abitudini non si perdono facilmente. Era quello che Baroni non sperava accadesse: “Vediamo di non andare sotto, perché tutto diventa più difficile”. Invece dopo dieci minuti di gioco frenato, il Benevento finalmente prova a distendersi e a ritrovare il gioco che gli è congeniale. Crescono un po’ tutti, da Buzzegoli a Eramo, a Cissè, fino a Ciciretti che trova ancora il guizzo buono. Gioca bene in orizzontale, occupa diligentemente ogni spazio, parte senza remore in verticale. Il modulo risponde bene, l’interpretazione è giusta. Ciciretti fa l’elastico a destra, copre e attacca. Cissè fa lo stesso sulla corsia mancina, sacrificandosi e portandosi pericolosamente in avanti. Prende anche il giallo che gli farà saltare la Ternana martedì. Pazienza. Funziona il centrocampo che ritrova il suo faro Buzzegoli: con il fiorentino a dirigere la manovra vanno che è un piacere anche Del Pinto a destra e Eramo a sinistra. Sembra il disegno più giusto in questo momento e non solo perché s’è vinto. La difesa è più coperta e nonostante qualche affanno iniziale e quel mezzo svarione finale col rigore (ma c’era…?) non deve fare gli straordinari per chiudere i varchi a Fabbrini e Granoche. Al resto pensa Ghigo Gori che proprio nel finale si regala un voto alto parando il tiro dagli undici metri al “Diablo”. Questa volta la diavoleria la fa il portiere giallorosso.

LA SVOLTA – Quando si dice che un allenatore azzecchi ogni mossa. Questa volta non si può dire che Baroni non incassi il meglio che può dai cambi. Soprattutto quello di Cissè, ammonito e a rischio espulsione col suo carattere esuberante, con Fabrizio Melara. Il giocatore romano ha interpretato alla sua maniera quello che è il suo ruolo e che l’anno scorso lo fece diventare un protagonista assoluto del Benevento. Trova il primo gol stagionale, perché lui ha fisico e nelle maglie della difesa spezzina si fa valere: lo fa con una giocata che non sembra essere di questa squadra, colpo di testa sul primo palo, anticipando l’avversario ma salendo anche molto in alto. Il suo ingresso, insomma, è la svolta in una gara che il Benevento merita di vincere e che vince con un colpo che non fa parte del suo bagaglio.

LA PRODEZZA – L’assegniamo a metà tra Ciciretti e Gori. Prodezze che cristallizzano il 3 a 1 e che consentono alla squadra di non soffrire. Ciciretti torna al gol con un tiro “sporco”, ma era importante impattarlo quel pallone per arrotondare un punteggio che diceva già Benevento. Ghigo Gori neutralizza il rigore di Granoche come fece l’anno scorso con Agnelli e Mancosu. Si regala la ribalta e tiene stretto il 3 a 1. Forse non sarebbe accaduto più nulla, perché la partita si avviava alla conclusione, ma quantomeno ha evitato ai tifosi 60 secondi di batticuore.

L’ERRORE – Non sono molti. Del resto non si vince a La Spezia 3 a 1 se si commettono degli errori. E allora estrapoliamo il gol subito e l’azione del rigore contro. Sul gol di Piccolo c’è una sovrapposizione di Eramo su Pezzi che finisce con l’agevolare l’azione dello spezzino. Probabilmente Pezzi sarebbe riuscito a contrastare il tiro. Così anche nel finale quando la veemenza di Lopez costa un rigore sul suo concittadino Baez (è di Montevideo come lui), che non aspettava altro che gettarsi a terra e guadagnarsi un calcio di rigore (che forse non c’era).

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