"Quel gol al Crotone, un segno del destino"

Bianco ha segnato la sua prima rete in B nel 2010 ai calabresi acerrimi rivali dei giallorossi

Benevento.  

Gianluigi Bianco, una vita in blucerchiato. Il mancino genovese è stato ed è un tifoso della Sampdoria prima ancora di diventarne un giocatore e vincere uno scudetto nella formazione Primavera. Quest’anno avrebbe avuto la possibilità di tornare dalle sue parti, perché lo voleva la Virtus Entella. Chiavari è ad un tiro di schioppo da Genova, sarebbe stato come a casa. Ma quando lo ha chiamato il Benevento, assicura di non aver avuto alcun tentennamento.

La prima volta con Gaetano Auteri sarà per lui come un ritorno al passato. Negli ultimi anni ha giocato da terzino sinistro, difesa a quattro con licenza di offendere. Con la difesa a tre del mago di Floridia ci sarà da cambiare abitudini: “Bè, più che altro ci sarà da ritornare agli inizi di carriera, quando con la Samp giocavo da esterno alto. Insomma non sarà per me una novità e la cosa, devo dire la verità, mi alletta”.

Un terzino col vizio del gol. “Non proprio, non è questa la mia prerogativa, i gol devono segnarli gli attaccanti. Però se c’è da battere una punizione non mi tiro indietro e se poi faccio centro vuol dire che il mio piede sinistro mi ha aiutato ancora una volta”. I calci da fermo in fondo sono una sua specialità, quel sinistro “arrotato” che fa tanto male ai portieri è partito tante volte in passato. E’ arrivato così anche il suo primo gol in serie B, lo segnò al Crotone, una rivale storica del Benevento: “Certo che lo ricordo quel gol, fu anche molto bello, ovviamente su calcio di punizione. Non sapevo della storia tra Crotone e giallorossi, bè, vuol dire che è un segno del destino”. Tra le tante stagioni trascorse in serie B, quella che ricorda con maggiore trasporto è quella di Sassuolo, 2009/10: “Giocai tante partite, trovai continuità e riuscii anche a segnare qualche gol. Tanto che Casiraghi si accorse di me e mi convocò il 3 marzo del 2010 per il match dell’Under 21 contro l’Ungheria a Rieti. Un bel ricordo non c’è che dire”. 

Franco Santo

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