Molte cose convergono nella tragedia di Crans-Montana del Canton Vallese in Svizzera. A cominciare dalla bramosia di danaro - quale luogo è più appropriato di quello elvetico per affermarne il fascino - perfettamente congiunta con l'incrollabile e mutacica fede nell'apparenza, che lì è regina, ma spesso ben suffragata da una impareggiabile sostanza. Entrambe però non sempre coincidono (neppure là) con una efficienza burocratica e legislativa, che - volenti o nolenti - si rivela essere il vero argine contro un vivere sempre più farraginoso e ordinario.
A questo però - facciamocene una ragione - contribuiamo tutti, e in ogni luogo. I proprietari del rinomato Bar Le Costellation e il suo ignobile sottoscala, dove è avvenuto materialmente il misfatto (finalmente seguito dall'arresto almeno dell'uomo), sono uguali a tanti altri, che incontriamo regolarmente in molti siti convulsi e metropolitani o anche più tranquilli e periferici. A guardare bene tutti condividono principalmente due cose: la loro ineffabile (e assai fragile) utenza e, soprattutto, la scarsa attenzione per regole e controlli, sia per chi li mette in piedi e li sfrutta da tutti i punti di vista - da quello architettonico a quello economico, passando (ahimè) per quello umano - che per chi dovrebbe accertarsi che quei luoghi siano idonei al loro uso e, perfino, al loro abuso. Il sottoscritto ha figli non ancora abbastanza adulti da disdegnare la frequentazione di aree più o meno a norma dove incontrarsi, ballare e far festa. A ciascuno di loro - come sarà accaduto di certo a molti altri nelle mie condizioni - ho espresso i miei dubbi sulla loro scarsa attenzione agli aspetti della sicurezza dei locali che frequentano e da tutti e tre, ma in particolare della più piccola, la signorina diciannovenne "io so tutto", mi sono sentito obiettare che "non rientra nei loro scopi primari guardarsi attorno quando si incontrano con gli amici, né chiedere ai gestori di quei luoghi di esibire permessi e autozzazioni, verificandone anche puntualità e veridicità". E purtroppo per noi (genitori) hanno pure ragione. O meglio. Di certo spetterebbe a loro provare a essere degni della libertà che tanto a gran voce (e talora con inopportune sicumera e arroganza) pretendono, in una età peraltro quasi mai fornita degli opportuni servomeccanismi della riflessione e dell'autoconservazione, e a noi - per inalienabili obblighi affettivi e genitoriali - sapere dove vanno e con chi, soprattutto se - com'è accaduto per molti di quei 40 morti e 116 feriti di Crans-Montana - hanno una età di grande lunga inferiore ai 18 anni. La cosa più facile oggi è identificare, nei proprietari del locale e nelle attonite e inadempienti istituzioni locali, i colpevoli di quanto così tragicamente accaduto. Ma - al netto di una imponderabilità insita nell'approssimazione sempre più incalzante e senza regole del divertimento e della scarsa "percezione del pericolo" propria della popolazione maggiormente colpita in quei fatti - i veri "mandanti" non sono loro, bensì tutti noi genitori che non ci domandiamo se stiamo facendo abbastanza per la crescita interiore dei nostri figli, preferendo in molti casi imitarli più che educarli. So di dire qualcosa di molto doloroso e difficilmente accettabile, tanto più col senno del poi, ma provo a mettermi nei panni di coloro che dovranno "gestire" per sempre ora una perdita fatale e ora una malattia perenne, quando fino a un attimo prima di quella fatidica mezzanotte erano legittimamente convinti che per i loro ragazzi il meglio dovesse ancora arrivare.
So che si chiederanno - come farei io - se hanno fatto tutto quello che era in loro potere per evitare che quel dramma si realizzasse e se c'è un legittimo modo per omettere di sacrificare - in casi singoli o in gruppi - i propri agnelli sull'altare di un progresso che, col passare del tempo, appare sempre meno tale.
