Quarant'anni senza Borges e neanche un verso perduto

Certi poeti non restano nei libri, entrano nel nostro modo di stare al mondo

quarant anni senza borges e neanche un verso perduto
Napoli.  

Il 14 giugno 1986 Jorge Luis Borges moriva a Ginevra, come se avesse scelto non una città ma un simbolo: il luogo della giovinezza europea, delle lingue imparate come destini paralleli, delle biblioteche interiori, dei labirinti che non chiedono di essere risolti ma abitati. Da allora sono passati quarant’anni, eppure Borges continua a non morire.

Forse perché non fu mai davvero uno scrittore del tempo, ma dell’eternità. O, meglio, di quella forma minima e quotidiana dell’eternità che si nasconde in un gesto, in una parola, in un volto, in un libro riaperto dopo molti anni e capace ancora di riconoscerci prima che siamo noi a riconoscere lui. Fra tutte le sue poesie, quella che più mi accompagna è I giusti. Non so se sia la più alta, la più perfetta, la più borgesiana. So però che è quella che più somiglia a una preghiera laica, a una piccola teologia del bene anonimo.

Borges vi raccoglie figure senza gloria: chi coltiva il suo giardino, chi accarezza un animale addormentato, chi preferisce che abbiano ragione gli altri. E poi quella chiusa vertiginosa, quasi sussurrata - "Quelle persone, che si ignorano, stanno salvando il mondo". Ecco, per me Borges è stato anche questo negli anni giovanili. La scoperta che non occorre vincere, apparire, essere riconosciuti, per avere un destino; che si può costruire una persona restando in disparte, pagando perfino il prezzo della solitudine, purché quella solitudine non diventi rancore ma forma, disciplina, pudore, fedeltà.

Borges mi insegnava che l’identità non è una posa, ma un lento lavoro di sottrazione. Non diventare qualcuno agli occhi degli altri, ma diventare meno falso davanti a sé stessi. Per questo le sue ultime raccolte poetiche, La cifra e I congiurati, mi commuovono in modo particolare. Non hanno più l’ansia della dimostrazione. Sono libri estremi e quieti, libri di congedo e insieme di gratitudine. In La cifra Borges sembra cercare il segno ultimo, il numero segreto, la formula che possa contenere una vita intera senza tradirla. Ma, come sempre, trova non una risposta, bensì una soglia: la cifra non spiega il mistero, lo custodisce.

Dice che ogni esistenza è fatta di emblemi minimi, di nomi amati, di oggetti, di strade, di notti, di libri, di incontri che non si lasciano tradurre del tutto. I congiurati, invece, ha già il passo dell’addio. Il titolo stesso sembra indicare una fraternità invisibile, una comunità segreta di uomini che, senza conoscersi, resistono alla volgarità del mondo con un atto di intelligenza, di bellezza, di compassione. È l’ultimo Borges che non chiude il labirinto, ma vi accende una lampada. Non chiede salvezza. La concede, se può, attraverso la precisione di un verso. E poi Maria Kodama. Non come nota sentimentale da aggiungere alla fine, ma come compimento. A lei Borges dedicò gli ultimi libri, i viaggi, le stagioni estreme della sua cecità luminosa. In La cifra scrisse che dedicare un libro è un atto magico, “il modo più grato e più sensibile di pronunciare un nome”. E quel nome fu Maria Kodama. Non una musa ornamentale, ma l’ultima interlocutrice del suo destino: la donna che gli fu accanto quando il mondo visibile era ormai quasi scomparso e quello interiore, invece, continuava a moltiplicarsi. Del Borges innamorato amo soprattutto la castità ardente, la misura che non raffredda ma brucia più diffusamente. In El enamorado scrive: “Sólo tú eres. Tú, mi desventura / y mi ventura”. "Solo tu sei. La mia sventura / e la mia ventura. Cosa si può dire di più, senza sciupare tutto? L’amore, per Borges, non cancella il labirinto, gli dà un centro. Non salva dalla morte, la rende pronunciabile. Quarant’anni senza Borges, dunque. Ma neanche un verso perduto.

Perché certi poeti non restano nei libri, entrano nel nostro modo di stare al mondo. Diventano una parte silenziosa della nostra educazione sentimentale, della nostra etica, perfino delle nostre ferite. E se ancora oggi, in mezzo al rumore, qualcuno coltiva il suo giardino, accarezza un animale addormentato, preferisce che gli altri abbiano ragione, forse Borges continua a sorridere da qualche biblioteca impossibile, sapendo che il mondo, nonostante tutto, è ancora salvato dai giusti.