Il valore imperfetto di una sentenza, per quanto giusta

Il caso Roggero e i limiti della legittima difesa

il valore imperfetto di una sentenza per quanto giusta
Napoli.  

Mario Roggero, il 72enne gioielliere di Gallo di Grinzane, in provincia di Como, è stato condannato in via definitiva a 14 anni e nove mesi per l'omicidio – così lo definisce la sentenza – di due rapinatori e il ferimento di un terzo, dopo (e ripeto dopo) una rapina avvenuta nel suo negozio il 28 aprile 2021. Tutto è stato sbrigato con una celerità inusitata, visti i normali "tempi tecnici" della giustizia italiana.

Non entrerò nel merito della dinamica degli eventi, ormai raccontata e ingigantita da ogni possibile angolazione, per schierarmi con gli innocentisti o con i colpevolisti. Né approfondirò l'aspetto psicologico dell'imputato, già sottoposto a ripetute rapine prima di quel fatidico giorno.
Onde sgombrare il campo da ogni equivoco, dico subito che la sentenza, sotto il profilo giuridico, è giusta. Rincorrere i rapinatori mentre lasciano il locale di proprietà del Roggero - anche se con la refurtiva, circostanza che avrebbe certamente aggravato il senso di violenza e di privazione subito dalla vittima - non è più legittima difesa: il diritto la qualifica come una reazione che travalica la difesa e sconfina nella vendetta privata.

La legittima difesa si esaurisce nel tempo, più o meno breve, in cui esiste un pericolo attuale per l'incolumità o per la vita propria o altrui. Dopo significa farsi giustizia da soli. Ma. Sì, c'è un "ma".

Un uomo non più giovane, lavoratore instancabile e rigoroso nei suoi principi morali, già segnato da precedenti rapine e costretto, in quell'occasione, a subire l'aggressione insieme alla moglie e alla figlia, può davvero attraversare quello spartiacque con la stessa lucidità con cui lo ricostruiamo oggi, a mente fredda?

È davvero impossibile immaginare che uno stato di alterazione emotiva estrema, alimentato da anni di paura e di umiliazioni, possa aver compromesso, almeno temporaneamente, la sua capacità di dominare gli impulsi? Non faccio l'avvocato. Men che meno il penalista. Ma da quello che ho letto mi è sembrato che la difesa abbia concentrato gran parte delle proprie energie sulla legittima difesa, lasciando in secondo piano un'altra possibile chiave di lettura: non l'assoluzione di un gesto oggettivamente gravissimo, ma la valutazione di quanto una condizione psicologica eccezionale, ove riconosciuta e dimostrata, potesse incidere sulla capacità di intendere e di volere o, comunque, sulla misura della responsabilità. Non affermo che fosse questa la verità. Mi chiedo soltanto se essa sia stata esplorata fino in fondo.
Ora che i tre gradi di giudizio sono stati espletati e una condanna di quasi quindici anni equivale, per un uomo di 72 anni, a una sorta di ergastolo, si invoca da più parti - anche da quelle tradizionalmente più forcaiole - la salvifica e autoassolvente grazia del Presidente della Repubblica.
Ma la questione, forse, è ancora un'altra.
Una sentenza ha il compito di accertare responsabilità e applicare la legge. Non può restituire serenità a chi è stato vittima di un delitto, né rimarginare le ferite morali di una vicenda come questa. Per questo, anche quando appare giuridicamente ineccepibile, può lasciare nell'opinione pubblica un senso di incompiutezza. Il diritto è chiamato a decidere; la coscienza continua invece a interrogarsi sull'uomo, sulle sue paure, sui suoi limiti, sulle sue cadute. So che può apparire l'ingenua aspirazione dell'uomo della strada, ma la giustizia, almeno in taluni casi - e non è detto che questo sia uno di essi - non dovrebbe limitarsi a essere una perfetta geometria della norma. Dovrebbe riuscire, senza rinunciare al rigore del diritto, a guardare anche dentro la fragilità dell'essere umano. Perché è proprio lì, in quello spazio inevitabilmente imperfetto, che una sentenza, per quanto giusta, incontra il suo limite.