La notizia occupava poche righe. Un uomo era morto sotto le macerie di una delle tante guerre alle quali abbiamo smesso perfino di dare un nome. Non era un soldato, non aveva compiuto gesti eroici, non lasciava dichiarazioni da consegnare alla storia. Nella fotografia, forse, portava una camicia chiara. O forse non c’era neppure una fotografia. Era uno dei morti del giorno, aggiunto agli altri con la precisione necessaria alle statistiche e l’approssimazione riservata alle vite. Ho pensato che nessuno è anonimo per chi lo ha amato. Che quell’uomo avrà avuto un modo particolare di aprire una porta, di tenere il cucchiaio, di chiamare qualcuno da una stanza all’altra. Forse avrà avuto paura del buio o l’abitudine di fischiare. Sono dettagli che non entrano nei bollettini, ma costituiscono quasi per intero una persona. La morte li disperde, mentre la cronaca si limita a contarli.
Gli uomini muoiono per un destino immutato. Da sempre. È il modo e, a volte, il dove, che cambia. Variano i nomi, le ragioni, l’età del defunto. Non sempre è quella attesa, ammesso che esista un’età alla quale si possa dire che morire sia giusto. Neppure il tempo trascorso dice molto della vita vissuta. Ci sono esistenze lunghissime che non riescono a occupare una stanza ed esistenze brevi che continuano a spostare l’aria quando chi le ha attraversate non c’è più.
Una cosa in comune, però, rimane: il diritto alla vita. Lo immaginiamo come un principio solenne, inciso nella pietra. Invece è fragile, quotidiano, quasi ridicolo nella sua ostinazione. Aggiunge un granello alla volta a un castello di sabbia. Lo fa con fatica oppure a cuor leggero, senza sapere se sarà un’onda, una bomba o la mano distratta di qualcuno a cancellarlo. Magari fosse sempre il mare a inghiottirlo. Il mare almeno non distrugge per possedere. Prende ciò che cade e lo fa parte di sé. Gli uomini, invece, hanno inventato il passo dell’oca. L’odiosa assimilazione a un animale mite, che avrebbe potuto essere un cigno, ma non lo è stato. Pur appartenendo alla stessa specie. Come se persino tra i pennuti fosse necessario stabilire una gerarchia estetica e morale. L’oca non conosce eserciti, non conquista territori, non rivendica supremazie.
Siamo stati noi a trasformare la goffaggine del suo incedere nel fracasso della guerra, migliaia di stivali sollevati alla stessa altezza perché nessuno possa più distinguere l’uomo dall’obbedienza. Forse ci offende ammettere la superiorità di un animale che non pretende di essere altro da sé. Preferiamo chiamare bestiale ciò che è esclusivamente umano: la rivalsa del male sul bene, l’ingordigia, il piacere di piegare un altro alla propria volontà. Lo facciamo per denaro, per potere, per paura e qualche volta perfino per amore. O per qualcosa a cui diamo quel nome. Anche dare più del necessario a chi non lo chiede e non lo vuole può essere una forma di violenza. L’oca ingrassata a forza per un buon foie gras almeno rende evidente il sopruso.
Tra gli uomini l’ingordigia sa vestirsi di premura, generosità, protezione. Invade la vita dell’altro sostenendo di volerla salvare. Ma nessun bene imposto resta interamente bene, così come nessuna gabbia diventa libertà soltanto perché è stata costruita con intenzioni nobili. L'appartenenza non nasce, infatti, dal possesso, ma dall’accoglienza. Non dal piegare qualcuno al proprio volere, ma dal fargli spazio senza riempirlo di noi. È la resistenza degli uomini miti e degli animali incolpevoli, dei castelli di sabbia e delle parole dette piano. Tutte cose destinate a scomparire e che, misteriosamente, rimangono.
Dell’uomo morto sotto le macerie domani non si parlerà più. Ma qualcuno continuerà ad aspettare il suo passo, non quello dell’oca, davanti a una porta. E finché quel suono continuerà a mancare, egli non sarà un anonimo né svanirà. Sarà un nome pronunciato nel punto esatto in cui una vita, inghiottita dal mare della storia, diventa parte di altre. Proprio dove si dice che non ci sia più un cuore.
