Se il medico smarrisce la strada e l'IA non gliela fa ritrovare

Il sapere medico non consiste nella semplice disponibilità di nozioni...

se il medico smarrisce la strada e l ia non gliela fa ritrovare
Napoli.  

 Cosa resterà del giudizio clinico quando i nuovi percorsi di studio avranno completato la formazione del medico del futuro? La domanda non è nostalgica e non contiene alcuna pregiudiziale contro la tecnologia. L’intelligenza artificiale può confrontare in pochi istanti migliaia di dati, recuperare una letteratura sterminata, suggerire ipotesi diagnostiche dimenticate e segnalare interazioni o rischi che potrebbero sfuggire. Sarebbe irragionevole rinunciare a tutto questo. Ma sarebbe altrettanto irragionevole confondere l’aumento delle informazioni con l’aumento della capacità di giudizio.
Il recente dibattito sull’atto medico ha opportunamente distinto la prestazione sanitaria dalla deliberazione clinica. Una procedura può essere condivisa all’interno di un’équipe; la decisione che la precede e la orienta, invece, appartiene al medico. Ma attribuirgli formalmente l’ultima parola non basta, se tutte le parole precedenti sono state pronunciate da un algoritmo. Firmare una diagnosi non significa necessariamente averla pensata.
Da Ippocrate in poi la medicina ha costruito la propria identità attorno all’osservazione del malato. Non della sola malattia, dunque, ma dell’uomo nel quale essa prende forma, con la sua storia, il suo ambiente, le sue abitudini e perfino le sue reticenze. Galeno tentò di ordinare quell’esperienza in un sistema razionale.

Secoli dopo Maurizio Bufalini pose i fatti, l’analisi e il metodo sperimentale alla base della clinica; Augusto Murri insegnò a osservare molto, ragionare sulle ipotesi e sottoporle continuamente alla prova del dubbio. Antonio Cardarelli trasformò la semeiotica in una straordinaria capacità di leggere i segni, mentre William Osler riportò l’insegnamento della medicina accanto al letto del malato.

Erano concezioni differenti, nate in epoche lontane, ma condividevano un principio: il sapere medico non consiste nella semplice disponibilità di nozioni. Consiste nella facoltà di scegliere, fra innumerevoli elementi, quelli che hanno davvero un significato; di collegare ciò che appare distante; di accorgersi del dettaglio che contraddice l’ipotesi più probabile; soprattutto, di cambiare idea quando il malato non corrisponde alla malattia descritta nei libri. Il giudizio clinico nasce precisamente in questo scarto. Il protocollo indica ciò che accade nella maggioranza dei casi; il medico deve riconoscere anche il caso che alla maggioranza non appartiene.

L’algoritmo elabora ciò che gli viene fornito; il medico dovrebbe domandarsi che cosa non sia stato raccontato, osservato, misurato o perfino immaginato. La macchina calcola somiglianze e probabilità. Il clinico attribuisce un peso alle differenze.
Eppure i nuovi percorsi formativi sembrano talvolta procedere nella direzione opposta: più contenuti da memorizzare, più procedure da rispettare, più esami da superare e sempre meno tempo trascorso accanto al paziente.

Lo studente impara presto a compilare, prescrivere e classificare, ma rischia di imparare tardi - oppure mai - a sostare nell’incertezza. Ed è proprio l’incertezza, non la sicurezza apparente delle risposte, la materia quotidiana della medicina. L’intelligenza artificiale rende questo problema ancora più urgente. Se viene utilizzata dopo che il medico ha formulato le proprie ipotesi, può rappresentare un interlocutore formidabile: verifica, amplia, mette in crisi. Se viene interrogata prima ancora che il ragionamento sia cominciato, finisce per sostituirlo.

A quel punto il medico conserva nominalmente il volante, ma è il navigatore a scegliere ogni svolta. E chi si abitua a obbedirgli perde gradualmente non soltanto il senso dell’orientamento, ma anche la capacità di riconoscere una strada sbagliata. Per questo il giudizio clinico non può essere soltanto difeso nei documenti: deve essere insegnato, esercitato e valutato. Occorrono più tempo al letto del malato, discussione dei casi, semeiotica, confronto con l’errore, maestri capaci di mostrare non soltanto che cosa decidono, ma come arrivano a decidere. Bisogna insegnare agli studenti a usare l’IA e, contemporaneamente, a contraddirla.
Alla fine dei nuovi percorsi di studio potrebbe restare un medico dotato di strumenti impensabili per Ippocrate, Galeno, Bufalini, Murri, Cardarelli e Osler. Ma se non gli sarà rimasta la loro attitudine a osservare, dubitare e giudicare, disporrà di mappe sterminate senza sapere davvero dove si trovi. Il nostro automobilista sanitario continuerà a muoversi, rassicurato dalla voce dell’algoritmo. Potrà persino percorrere molti chilometri. Ma, IA o non IA, girerà in tondo.