Sciopero generale della cultura in Italia: qui Napoli

È la prima volta nella storia del paese nella quale scioperano tutti insieme

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A Napoli si registrano adesioni presso il Museo di Capodimonte, Biblioteca Universitaria, Palazzo Reale, Castel Santelmo, Accademia di belle arti...

Napoli.  

Oggi, venerdì 12 giugno, lavoratori e lavoratrici hanno aderito al primo sciopero generale della cultura in Italia.

È la prima volta nella storia del paese nella quale scioperano tutti insieme: personale dei musei, biblioteche, archivi, teatri, ma anche lavoratori e lavoratrici autonome dell'editoria, dello spettacolo e della produzione artistica e culturale. 

Si sono tenuti e sono in corso per l’intera giornata presidi in diverse città italiane, da Firenze a Napoli, da Roma a Milano, da Bari a Venezia, da Torino a Palermo, tutti uniti dalle stesse richieste di riconoscimento, di dignità e di diritti.  

A Napoli si registrano adesioni presso il Museo di Capodimonte, Biblioteca Universitaria, Palazzo Reale, Castel Santelmo, Accademia di belle arti.

Anche a Napoli si è tenuto un presidio a piazza San Domenico maggiore con la partecipazione di oltre cinquanta persone, che hanno condiviso esperienze dirette e testimonianze collettive, vertenze e riflessioni sul settore culturale. 

“È finito il tempo dei ricatti e dei declassamenti. Non c’è tutela e non c’è valorizzazione del patrimonio culturale senza salari adeguati per chi ci lavora. Oggi incrociamo le braccia, ma siamo pronte a rifarlo ancora. Gli amministratori, dagli Enti locali al Governo, devono ascoltarci. Per invertire questa tendenza alla svalutazione del nostro lavoro” - dichiara Marina Minniti, attivista di Mi Riconosci.

“Napoli ha bisogno non solo che i siti culturali siano aperti alla cittadinanza e ai tanti turisti, ma che venga rispettata la dignità di chi ci lavora, applicando i contratti giusti.

Siamo stanchi di sentire che chi lavora nella cultura lo fa per passione. Siamo stanchi di sentire che i nostri colleghi devono cambiare settore perché il precariato li ha costretti a farlo. Siamo stanchi di questo sistema classista ed escludente. Non ci fermeremo” conclude l’attivista.