Napoli, il nome che vale oro: il Comune disciplina l’uso del brand

In commissione la delibera per disciplinare l'utilizzo del marchio

napoli il nome che vale oro il comune disciplina l uso del brand
Napoli.  

Napoli non è solo una città: è un suono, un richiamo, una promessa. È una parola che vibra di mare e vicoli, di pizza e teatro, di scudetti e superstizione. Ed è proprio per questo che oggi diventa anche oggetto di una riflessione istituzionale sul suo utilizzo come marchio.

In Commissione Polizia municipale e Regolamenti del Consiglio comunale di Napoli, presieduta da Pasquale Esposito, è iniziato l’esame della delibera di Giunta che propone l’approvazione del Regolamento per il rilascio delle autorizzazioni alla registrazione di marchi d’impresa contenenti la denominazione “Napoli”. Un passaggio tutt’altro che burocratico, perché tocca uno dei patrimoni immateriali più potenti – e spesso sfruttati – del Paese.

A illustrare il senso politico e amministrativo del provvedimento è stata l’assessora al Turismo e alle Attività produttive Teresa Armato, affiancata dal presidente della Commissione Attività produttive Luigi Carbone. Il punto è chiaro: Napoli è sempre più esposta sulla scena internazionale e il suo nome, usato come brand commerciale, ha un valore enorme. Proprio per questo va governato, non lasciato al far west dell’improvvisazione o dell’abuso.

Il Regolamento si inserisce nel solco del Codice della proprietà industriale, che già prevede l’obbligo di autorizzazione dell’ente territoriale competente per registrare marchi che contengano il nome di una città. Ma attenzione: il Comune non “si prende” Napoli. Non ne rivendica la proprietà. Non mette il copyright sull’anima. Si limita a disciplinare l’endoprocedimento autorizzatorio necessario per la registrazione dei marchi presso l’Ufficio Italiano Brevetti e Marchi.

L’obiettivo è duplice: da un lato monitorare l’uso commerciale della denominazione “Napoli”, dall’altro tutelarne immagine e identità. Perché Napoli è un marchio potentissimo, sì, ma prima ancora è una storia collettiva. E come tutte le storie che contano, va raccontata bene. Anche quando finisce su un’insegna, su un’etichetta o dentro un logo.