1926 - 2026 il Napoli fa cento anni. Da Diego a Andrè Cruz: quanta vita c'è?

Forse non ricorderemo cosa abbiamo fatto ieri, ma dov'eravamo quando Fonseca ne fece 5 sì, sempre

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Napoli.  

Cento, sì. Meravigliosi e devastanti. Urlati a squarciagola nel bene e nel male. Bestemmiati cento, esilaranti cento, maledetti, benedetti...benedetti cento.
Sì, ne fa cento il Napoli nel 2026. Cento anni pazzi e con dentro tutto quelli del Napoli, proprio come Napoli: bellezza estrema, la più grande del pianeta, grandezza persa e riconquistata, trofei e cadute, pallide figure e personalità debordanti. Mai banali.

Cento, che diviso dieci fa dieci, che se gli togli uno zero a piacere pure ti resta il dieci. Perché il dieci è inevitabile a Napoli e di quei cento è denominatore, numeratore, radice quadrata e tutto il resto: Diego, che quasi come un Al Pacino nel meraviglioso monologo de “L'avvocato del diavolo” rivendica questo secolo come interamente suo. Ineccepibile.
Ma cento anni non sono solo Diego, solo Stoccarda, solo Careca, McFratm, Kvara e Osimhen, e ci perdonino gli altri partecipanti ai trionfi azzurri, che pure sono tanti da Peppe “pal'e fierro” a Giovanni Di Loranzo per citare solo i capitani.

il Napoli non è solo l’album delle figurine dei campioni. È anche — e forse soprattutto — il regno di chi non era fenomeno, ma ha messo dentro ogni goccia di sudore possibile. Gente come Gianluca Grava, Ciccio Montervino, Mariano Bogliacino, Pasqualino Mazzocchi. Calciatori che non troverai nei libri d’oro del pallone, ma che entrano di diritto nel pantheon azzurro perché hanno capito cosa significa indossare quella maglia.

E poi i miti delle origini e delle epoche di mezzo: Sallustro, Vojak, Canè, Sivori, Altafini. Nomi che raccontano un Napoli che cambia pelle ma non anima, che attraversa decenni rimanendo sempre riconoscibile.

Ci sono stati anni bui, nerissimi. Fallimenti, campi di provincia, umiliazioni che sembravano la fine di tutto. Ma ogni volta il Napoli è tornato. Sempre. Perché il Napoli non è una società calcistica come le altre: è un sentimento collettivo che non conosce retrocessioni definitive.

Il 2026 non è solo una celebrazione. È un atto di riconoscenza. Verso chi c’era all’inizio, verso chi ha sofferto sugli spalti, verso chi ha pianto di gioia e di rabbia. È l’anno in cui si onora una storia che continua a scriversi, senza nostalgia paralizzante ma con orgoglio vivo.

E ciò che c'è di mezzo poi, perché non c'è Scudetto o fallimento senza passare per la doppietta di Turrini alla Reggiana, senza il gol di Andrè Cruz alla Lazio in piena zona cesarini, senza passare dal gol all'Olympiakos in rovesciata di Max Esposito, che era solo un amichevole ma non c'entra, senza il 4 a 0 beccato dal River Plate nel Trofeo Menem del maggio del '94.

Cent'anni che passano da Facundo Quiroga, che peraltro era fortissimo, da Alain Boghossian e da Luciano Martin Galletti. Da Frappampina a Braglia al Gringo Clerici che Vinicio non avrebbe mai venduto a chi ha gioito, fianco a fianco, esattamente come per Napoli – Cagliari del '25 per i gol di Vidigal che allontanavano lo spettro della C sul campo nel '03.

Cent'anni di chi ha marinato la scuola per vedere allenamenti a Soccavo, salvo scoprire che erano a porte chiuse, o di chi a scuola c'è andato con una sciarpa o una maglietta anche per festeggiare una salvezza, un passaggio del turno di Coppa Italia o anche solo una vittoria inutile, in faccia a chi si fregiava, senza sciarpe o magliette, di Coppe dei Campioni o Scudetti.

Perché forse non sapremo dov'eravamo martedì scorso o cosa abbiamo mangiato a pranzo, ma ricorderemo dove eravamo quando Pandev ha insultato in macedone un guardalinee o Fonseca ne ha fatti cinque tutti insieme o Abdelillah Saber ha seminato il panico sulla destra in un'unica notte di grazia. Perché il Napoli è il Napoli, pe'cient'anne.