“Il var soggettivo”. Parrebbe una dichiarazione buttata lì, tantopiù se arrivata dopo il “non voglio fare polemica”, quella di Conte dopo lo scempio arbitrale in Napoli – Verona. E invece è debordante.
E' debordante perché ciò che avrebbe dovuto definitivamente mandare agli archivi la soggettività, ciò che nei decenni pre tecnologia ha alimentato malignate e retropensieri, viene invece secondo Conte utilizzato appunto in maniera soggettiva.
Ovvero ogni arbitro ne fa l'utilizzo che vuole, semplicemente, e ogni domenica accade tutto e il contrario di tutto.
Il var dovrebbe essere il nume tutelare del regolamento, e invece il pasticcio cui si è arrivati, con episodi che arrivano a travalicare abbondantemente i confini del ridicolo, lo hanno reso una sorta di trattato filosofico. C'è chi dice che l'Assoluto è indistinto e astratto e chi invece parla della notte in cui tutte le vacche sono nere, tanto per restare al campo della filosofia.
Il regolamento materia da plasmare a seconda dei casi, i casi, come quello in cui Buongiorno tocca si il pallone come un braccio, materia da plasmare a seconda delle mani che le trattano: quelle di Marchetti, e del var Marini non vedono ad esempio che il difensore azzurro viene prima spostato e poi colpito in faccia da un avversario, e dunque quello del braccio è un riflesso condizionato da un fallo. Lo vedono tutti, loro no, nonostante cinque minuti di revisione.
Ciò che accade prima, dunque, non viene preso in considerazione nonostante sia dirimente. In altre occasioni si risale invece ai filmati di battesimi e comunioni anche in assenza di episodi dirimenti. Soggettività, appunto, quasi a ricordare il motto della Casa delle Libertà nella parodia che ne faceva il genio di Corrado Guzzanti una ventina e oltre di anni fa.
Minuti persi, episodi trattati una volta come bianco quella successiva come nero, imbarazzi e danni causati: è l'era del var soggettivo.
