Chivu il saggio come Marinella: durò solo un giorno come le rose

"Parlerò di arbitri quando un allenatore dirà di aver ricevuto un favore": ha perso l' occasione

chivu il saggio come marinella duro solo un giorno come le rose
Napoli.  

E come tutte le più belle cose, durasti solo un giorno come le rose”. Fabrizio De André non pensava certo alle sale stampa della Pinetina o ai dopopartita infuocati quando scriveva questi versi, ma la parabola di Cristian Chivu sulla panchina dell'Inter sembra essersi adattata perfettamente alla metrica del cantautore ligure. Una bellezza effimera, durata lo spazio di un mattino, o meglio, lo spazio di un fischio a favore.

Per mesi abbiamo cullato un’illusione. Avevamo visto in Chivu un’oasi nel deserto del vittimismo calcistico italiano. Lo avevamo ascoltato con ammirazione quando, con piglio quasi filosofico, lanciava la sua sfida al sistema: “Parlerò di arbitri solo quando un allenatore si presenterà in sala stampa per ammettere di aver ricevuto un favore”.

Che classe. Che tempra. Che bluff.

C’eravamo quasi cascati, Cristian. Avevamo pensato che l'allenatore nerazzurro fosse immune ai cliché del "pianto preventivo" quando si perde e del "bullismo dialettico" quando si vince. Poi è arrivato il Derby d’Italia, quella partita che mette a nudo i santi e trasforma gli onesti in avvocati d'ufficio.

L'episodio è di quelli che restano impressi: una simulazione di Bastoni talmente vistosa da far sembrare un tuffatore olimpico un dilettante alle prime armi, un contatto inesistente che costa a Kalulu un rosso gigantesco, inequivocabile, quasi grottesco. Il palcoscenico perfetto per il "Momento Chivu". Il mondo del calcio era lì, con il taccuino in mano, pronto a scrivere la storia di un tecnico che finalmente ammetteva l’evidenza: "Sì, oggi ci è andata bene per un errore palese".

E invece? Invece la rosa è appassita in un istante. Davanti ai microfoni non si è presentato l'uomo dei valori e della coerenza, ma l'ennesimo equilibrista della domenica. Chivu non solo non ha onorato il suo stesso teorema, ma si è spinto oltre, vestendo i panni del difensore d'ufficio per giustificare l'ingiustificabile.

È bastato un sabato di fiori(e di favori) per farci capire che la coerenza, nel calcio, è come la protagonista della canzone di Faber: arriva, incanta, e poi se ne va, lasciando dietro di sé solo il ricordo di un profumo che non c'è più.

Peccato. Speravamo che Chivu fosse "tosto" davvero. Invece abbiamo scoperto che anche lui, davanti a una simulazione amica, preferisce il silenzio complice alla verità promessa. Cristian, avevi ragione: aspettiamo ancora che un allenatore ammetta un favore. Ma ora sappiamo che quell'allenatore non sarai tu.