IL PIZZONE di Gerardo Casucci: L'arroganza della tesi senza antitesi

Il vero talento, nel calcio e nella vita, non è avere sempre ragione. È sapere quando smettere...

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Napoli.  

C’è una sottile differenza tra avere un’idea e voler essere quell’idea. Il Napoli chiude la sfida sotto di due gol contro la Lazio di Maurizio Sarri, e fin qui la cronaca. Ma sotto la superficie si muove qualcosa di più interessante: una partita tra visioni del mondo prima ancora che tra squadre.

Sarri, nel bene e nel male, è stato un interprete del dubbio. Il suo calcio non era perfetto, ma dialogava, con gli spazi, con i tempi, con gli errori. Aveva qualcosa di socratico, se vogliamo, sapeva di non sapere fino in fondo, e proprio per questo cercava. Non imponeva una verità, la inseguiva. Dall’altra parte, Antonio Conte incarna invece la forza della convinzione. Ed è un merito, sia chiaro.

Ma esiste una soglia invisibile oltre la quale la convinzione smette di essere energia e diventa rigidità. È il punto in cui, per dirla con Friedrich Nietzsche, “le convinzioni sono nemiche più pericolose della verità delle menzogne”. Perché non si mettono in discussione. Il Napoli della sest'ultima del campionato in corso, sembrava proprio questo. Una squadra che non interrogava la partita, ma la affrontava come se fosse già stata risolta altrove. Il modulo non si piega, i movimenti non si contaminano, l’idea non si lascia ferire dalla realtà. E il calcio, si sa, è un animale selvatico, se non lo ascolti, ti scarta.

C’è in tutto questo una forma neanche tanto sottile di arroganza, che non è necessariamente presunzione ma eccesso di certezza. Blaise Pascal scriveva che “l’eccesso di ragione è una forma di follia”. Nel calcio potremmo dire che l’eccesso di schema è una forma di cecità. E allora i gol della Lazio non sono stati episodi, ma argomenti. È la realtà che bussa, con garbo ma con fermezza, alla porta di un sistema che non sembra disposto ad aprire. Non è la sconfitta a preoccupare. È l’idea di una squadra che non cambia mentre la partita cambia.

C’è un passaggio ulteriore, forse il più delicato: quando l’identità di una squadra diventa una corazza invece che una risorsa il suo gioco si rifugia nel già noto, nel già deciso. Ma il calcio – come ogni forma viva – si nutre di variazioni, di scarti minimi, di imperfezioni creative. E allora servirebbe, paradossalmente, un atto di forza diverso, una capacità di arretrare, di dubitare, di ascoltare. Perché a volte il vero comando non è imporre, ma accogliere. E forse è proprio lì, in quella soglia sottile tra controllo e apertura, che si decide una partita. Perché alla fine il vero talento, nel calcio come nella vita, non è avere sempre ragione. È sapere quando smettere di averla.