Le sollevazioni popolari hanno sempre avuto un loro fascino. A Napoli soprattutto: città che di rivolte, autentiche, ne ha viste abbastanza da poter distinguere quelle vere dalle recite in costume.
C’erano le barricate, le facce da mettere, perfino le teste da rischiare. Oggi invece basta un hashtag, una storia Instagram e due vocali indignati nel gruppo WhatsApp “Vecchi Cuori Azzurri”.
È stato sufficiente un “Here we go” di Fabrizio Romano e il presunto e ormai probabilissimo arrivo di Massimiliano Allegri sulla panchina del Napoli per assistere all’ennesima insurrezione digitale:
“Non guarderò più il Napoli”.
“Disdico DAZN”.
“Non farò l’abbonamento”.
Fino al sublime: “Tiferò Juve”.
Che è un po’ come minacciare il divorzio perché il partner ha cambiato marca di caffè.
Il punto è che Allegri, a Napoli, non è soltanto un allenatore. È un simbolo antagonista. È il volto pragmatico che nel 2018 spense il sogno estetico del sarrismo, il rappresentante massimo di quel calcio accusato di vincere male contro il calcio che perdeva benissimo (anche se in realtà in quell'occasione ha vinto: hai qualcosa in tasca di nostro da allora Max, ricordalo quando entri a Castel Volturno).
E poi arriva dopo Conte, che ha appena consegnato uno scudetto ma è stato comunque processato per eccesso di verticalizzazioni non autorizzate al gusto partenopeo.
In pratica Allegri, ancora prima di firmare, è già stato condannato per attentato alla bellezza.
Eppure, passata la comprensibile reazione epidermica, restano i fatti.
Il Napoli non sta scegliendo un filosofo del gioco. Sta scegliendo un gestore d’élite. Un uomo da cento partite in Champions League, sei scudetti, due finali europee e una carriera passata a trasformare squadre imperfette in macchine da punti.
Perché questa è la vera priorità del Napoli: restare nel club dei grandi. Restare stabilmente dentro la Champions. E la Champions, romanticamente parlando, è meravigliosa. Ma contabilmente parlando è soprattutto denaro. Tantissimo denaro. Restare tra le prime quattro in campionato, andare oltre il supergirone in Champions dunque: semplice.
Allegri questo garantisce: competitività, gestione, sopravvivenza ad alto livello.
E se perfino una Juventus mediocre l’ha portata in Champions e un Milan costruito come un mobile montato senza istruzioni (niente centravanti, quaranta doppioni di Modric) stava riuscendo a trascinarlo in Champions prima del crollo fisico dell’unico fuoriclasse quarantenne in rosa, forse qualcosa vorrà dire.
Anche perché l’alternativa non era Guardiola. Era Italiano. Allenatore stimabile, moderno, coraggioso. Ma davvero qualcuno avrebbe firmato col sangue garanzie sul fatto che i suoi principi ultraoffensivi avrebbero funzionato a Napoli, con l’obbligo di vincere subito? Nessuno.
E allora De Laurentiis ha scelto.
Come scelse Kvaratskhelia quando sembrava un cognome inventato da un telecronista ubriaco.
Come scelse Kim dalla Super Lig turca nel generale scetticismo.
Come scelse pure Garcia, sì, e infatti sbagliò clamorosamente.
Ma almeno scegliendo ci mette sempre la faccia. Pregio raro, ormai, in un calcio abitato da fondi d’investimento, amministratori delegati e comunicati scritti da consulenti senz’anima.
De Laurentiis decide, rischia, sbaglia o vince. Ma non si nasconde.
Per questo le rivoluzioni social lasciano il tempo che trovano.
Perché alla fine il calcio resta un rito terribilmente semplice: uno entra, indossa una giacca con una N sul petto e smette di appartenere al passato.
Da quel momento Allegri non sarà più “quello della Juve”.
Sarà l’allenatore del Napoli.
E quindi sì: forza Napoli. E forza Allegri
Purché, entrando a Castel Volturno, svuoti bene le tasche prima di varcare il cancello. C'è qualcosa di nostro dal 2018 dentro.
