Tony Damascelli, su Il Giornale del 25 luglio, ha scritto un bel pezzo sul "degradante" succedersi di opzioni, da Ancelotti a Pirlo, passando per Guardiola, per la guida della nazionale italiana di calcio, dal titolo eloquente: Se la nazionale è solo una tappa per riserve. In realtà, l'analisi resta limitata all'evento specifico e, per quanto assolutamente condivisibile, difetta di una visione d'insieme che non può essere ignorata. La dico un po' come viene, fuori dai denti, come se fossimo seduti a cena tra amici a sorseggiare un buon bicchiere di vino – spero non sia pubblicità occulta o un attentato alla salute pubblica.
Di fatto, qual è la tesi del bravo giornalista barese? La rappresentativa maggiore dell'italico mondo "pallonaro" – il neologismo di Gianni Brera è oggi più che mai pertinente, e non solo nell'accezione da lui immaginata – cerca una guida di alto profilo internazionale che non trova, per la scarsa appetibilità della destinazione, come se si fosse passati da "un albergo a cinque stelle" a uno "a ore con la porta girevole". Al di là del paragone scabroso, per le implicazioni morali che porta con sé, resta il fatto che – a mio umilissimo avviso – il problema non è la nazionale, ma il movimento calcistico nella sua interezza che essa, degnamente o meno, rappresenta.
E quando parlo di movimento calcistico intendo tutti, ma proprio tutti, dalla Federazione alla Lega, passando per l'intoccabile (e sempre più esposta a critiche e scandali) casta arbitrale. Non si può immaginare che un uomo del valore, prima morale – qui ci vuole proprio – e poi professionale di Carlo Ancelotti venga a guidare la selezione calcistica di un Paese che, nella sua interezza – De Laurentiis o meno – lo ha prima maltrattato, poi disgustato e, infine, cacciato.
Discorso diverso è quello su Pep Guardiola. Per quanto, come il precedente, sia un tecnico che ha vinto tanto, non lo ha fatto ovunque. Questo dipende dal fatto che è molto meno versatile di Carletto e anche molto meno propenso a scendere a compromessi e ad "adattarsi" alle innumerevoli condizioni che l'ambiente italico (o di vattelapesca) richiede. Sorvolo, ovviamente, sull'oneroso aspetto economico, peraltro di lungo periodo, al quale il catalano attribuirebbe invece un rilievo centrale e non negoziabile.
A quel punto Andrea Pirlo non avrebbe, come i succitati, alcuna delega in bianco (salvo farsela revocare alla prima occasione), ma l'equivalente contrattuale di un mondo compiaciuto, ordinario e, temo, irreversibilmente in declino.
