Il 'nuovo' che avanza ha i volti di Stefano Caldoro, presidente dal 2010 al 2015 per il centrodestra e attuale consigliere, e di Valeria Ciarambino, che dal 2015 siede tra gli scranni di Palazzo Santa Lucia per i 5 Stelle. Il 'vecchio' a caccia della conferma quello di Vincenzo De Luca, da cinque anni al vertice della Regione Campania per il centrosinistra.
Insomma, per quanto si provi a girare e rigirane il contenuto, dal pentolone delle candidature per le prossime elezioni regionali di settembre spuntano sempre gli stessi ingredienti. C'è chi ha governato e prova a dare l'impressione di non averlo mai fatto, chi fa del non aver mai stretto tra le mani il volante della guida il suo punto di forza, e chi rivendica il lavoro svolto, promettendo che in futuro sarà migliore. Beccandosi, per questo, gli strali e gli anatemi degli altri concorrenti.
Nulla di originale sotto il sole di una politica che fa una stramaledetta fatica ad aggiornare, rinnovare il suo 'parco esponenti'. Si va sul cosiddetto usato sicuro, che costituisce sì un approdo meno problematico rispetto a forme di velleitarismo di cui si fa volentieri a meno, ma rappresenta, allo stesso tempo, un limite oggettivo al ricambio di cui pure c'è bisogno. Ogni candidato e i partiti che lo sostengono nella corsa alla vittoria sono l'espressione di interessi e blocchi di potere che si impegnano allo spasimo per restare aggrappati ad un sistema o sostituirlo, creandone un altro con i propri rappresentanti.
Tutto legittimo, per carità, in un gioco democratico che troppo spesso, però, dimentica esigenze e bisogni della stragrande maggioranza delle persone, di coloro che non fanno parte di alcun 'cerchio magico' né aspirano ad entrarvi. Chiedono soltanto, affidando le loro speranze al voto, servizi migliori e più efficienti: una sanità che funzioni in modo omogeneo e non a singhiozzo, trasporti e collegamenti che spezzino finalmente l'isolamento.
Nella nostra provincia è ancora lunga la lista delle cose che servirebbero a rilanciarla e a indirizzarla lungo percorsi di sviluppo che significherebbero crescita e occupazione. Viene ripetuto, quell'elenco, in occasione di ogni appuntamento con le urne, trasformandosi inevitabilmente in un 'libro dei sogni' con il quale attrarre l'opinione pubblica. Lo leggono tutti, anche quanti dovrebbero averlo oramai mandato a memoria e non mostrano la benchè minima preoccupazione in relazione ai risultati raggiunti nelle loro esperienze di governo. U
n unico verbo declinato al participio passato – non l'abbiamo fatto perchè... - come alibi da sfoggiare per addossare la colpa agli altri; e al futuro – faremo... - come modo per acchiappare il consenso, alimentando illusioni. Un tasto, quest'ultimo, sul quale battono forte coloro che esibiscono la loro 'verginità', la non contaminazione con i meccanismi azionati nella stanza dei bottoni.
A sentirli, tutto cambierebbe se ci fossero finalmente loro a decidere e non quei fetentoni degli avversari. Normale che accada, anche se quando arriva il momento, ci si rende conto di quanto sia difficile amministrare. E allora non ci resta che mescolare e rimestare in quel pentolone che ribolle: magari, chissà, spunta fuori qualcuno in grado di non ripetere i soliti cliché. Che noia, ragazzi.

