Fuori dal coroil commento di Enzo Spiezia

L'eskimo, le polacchine e un sogno: quanto mi mancano

I simboli di una speranza

l eskimo le polacchine e un sogno quanto mi mancano

Indossavo solo jeans, polacchine ed eskimo rigorosamente verde, nient'altro. I miei erano disperati, avrebbero fatto carte false per vedermi andare a scuola, ogni tanto, con un pantalone e scarpe diverse, ma sapevano che non sarebbe mai successo. E accettavano, un po' a malincuore, le mie 'fisse'.

Quella era la 'divisa di ordinanza' dei miei tempi, della metà degli anni '70. Avevo 15 anni e come tutti quella della mia età nutrivo tanti sogni. Uno su tutti: un mondo migliore, più giusto, con opportunità uguali per tutti. E quella bandiera rossa con la falce ed il martello, che sventolava dinanzi alle sezioni del Pci, mi sembrava incarnasse al meglio le mie aspirazioni.

Mi rimandava ai racconti di mio nonno, ferroviere socialista che aveva dovuto fare i conti con il ventennio fascista, alle lotte di liberazione, per i più umili, per i senza voce. Avevo la sensazione “di far parte di un processo” - così si diceva - che avrebbe finalmente aiutato chi era in difficoltà, gli emarginati, coloro che erano alla ricerca di un lavoro o lo perdevano all'improvviso.

E poco mi importavano quei cori della sinistra extraparlamentare, dei 'gruppettari' che si frazionavano continuamente per creare un posto al sole per capetti e sottoposti, alcuni dei quali – i capetti – avrei poi scoperto incollati alla sedia di una banca o di un ente pubblico.

Non è retorica, non è il ritornello della canzone di Venditti: è solo la vita. Ci gridavano contro, urlavano contro tutti coloro che, iscritti o no al Partito comunista, ne seguivano le mosse sotto la spinta dell'interesse alla partecipazione. Ai loro occhi eravamo i moderati che avevano tradito gli ideali della rivoluzione. No, eravamo solo ragazzi che cercavano un'alternativa attraverso il confronto dialettico, anche duro, allenati alla democrazia ed alla libertà che respiravamo nonostante qualche tentativo di dirottarla ed inquinarla con stragi ed attentati.

Certo che la storia di quel partito non era tutta rose e fiori: sapevo, per aver sfogliato le pagine di qualche libro, delle sue scelte, delle sue contraddizioni vistosissime, dei legami con la casa madre Unione Sovietica, degli orrori che quella magnifica idea aveva determinato per le scelte degli uomini che se n'erano fatti ingiustamente interpreti. Ne ero consapevole, e mai, pur capendo che i fatti vanno contestualizzati, avrei magnificato, nascondendo la testa sotto il cuscino, o giustificato ciò che le cronache narravano o i testi avevano descritto.

Perchè ero convinto che qualsiasi cosa dovesse essere conquistata senza violenza, rispettando le regole dello Stato, i diritti di ciascuna persona. Poi, a distanza di due anni dalla caduta del muro di Berlino, il Pci era scomparso. Da quel momento sarebbero nate sigle di ogni tipo, via via sarebbe cresciuta la necessità, rafforzata dalla successione degli eventi, di un cambio culturale.

Anche se quel Pci non c'è più, non ho cambiato i miei punti di riferimento. Sono rimasti gli stessi, depurati dall'ingenuità giovanile e da ogni implicazione moralistica. Ecco perchè mi mancano quelle polacchine, quei jeans e quell'eskimo che portavo con orgoglio. Erano per me un simbolo di speranza, per me che non ne ho azzeccate molte.