Tutto a postil commento di Sergio Califano

Il ragioniere con la P38, da studente comunista a temuto boss

Umberto Mario Imparato fuggì con la cassa del capoclan D'Alessandro. Venne ucciso dai Nocs (foto)

il ragioniere con la p38 da studente comunista a temuto boss

L'operazione del dicembre scorso, che ha portato il carcere l'imprenditore Adolfo Greco e numerosi affiliati del clan D'Alessandro di Castellammare, riaccende le luci su uno scenario di camorra che sembrava essere esaurito ma in realtà sempre operante anche dopo la morte del fondatore, il boss Michele D'Alessandro.

Greco è personaggio noto e chiacchierato da sempre: imprenditore nel settore caseario (fornitore della Parmalat) con interessi anche nel ramo alberghiero, è accusato di estorsione aggravata dal metodo mafioso, perché accusato dalla Dda napoletana di essere elemento apicale del gruppo camorristico, dopo esserne stato inizialmente vittima di racket.

In pratica, secondo i magistrati, i D'Alessandro si servivano proprio di Greco e della sua influenza negli ambienti imprenditoriali per portare a termine estorsioni ai danni di imprenditori e commercianti da Pompei a Castellammare.

E cosi ritorna prepotentemente alla ribalta la cosca di Scanzano, rione bunker torrese della famiglia D'Alessandro, e l'epopea sanguinosa che contrappose per anni questo gruppo a Umberto Mario Imparato.

Quest'ultimo fu personaggio certamente singolare che merita qualche riga nella storia della camorra del Napoletano. Nato nel 1950 e diplomatosi ragioniere, Umberto emigrò nei primissimi anni '70 a Milano dove si iscrisse anche all'università e prese parte attiva a manifestazioni e azioni politiche tra le file di Avanguardia Operaia.

Fu proprio durante il suo soggiorno in Lombardia che conobbe una studentessa originaria di Piacenza, poi laureata in Lettere e Filosofia.

Tornò a Castellammare con la moglie e l'oleografia popolare impiegò poco a dargli il soprannome di " 'o prufessore".

La moglie iniziò ad insegnare, lui dapprima aprì un risporante e poi iniziò a scontrarsi con il clan D'Alessandro, egemone nell'area stabiese e forte di alleanze con gruppi di elevato spessore criminale. Imparato finì per diventare una sorta di consigliori del boss, e al momento dell'arresto di questi, iniziò a curare tutti gli interessi della cosca ma commettendo forse l'errore di una gestione personalistica dei flussi economici. Scarcerato D'Alessandro, 'o prufessore preferì sparire e darsi alla macchia tra i monti Lattari, dove continuò la sua azione criminale con un gruppo di fedelissimi.

E tra le due fazioni ci furono morti, molti morti.

'O prufesssore continuava a fare la sua vita invisibile tra le montagne, inseguito dal clan rivale e dalla polizia. E furono proprio gli uomini del questore Ciro Lomastro a localizzarlo e a stringerlo in una morsa in un pomeriggio dell'aprile 1993: nella foto (storica) di Stefano Renna il corpo senza vita del boss.

Al buio, tra i boschi e i precipizi dei Lattari, a cadere fu dapprima il guardaspalle Alfonso Vanacore, che spinse Imparato tra i cespugli e affrontò le teste di cuoio che li braccavano.

Ucciso Vanacore, subito dopo venne individuato e ucciso anche Imparato. D'Alessandro era nuovamente il capo indiscusso e fece piazza pulita degli avversari, tra cui Davide Imparato, figlio di Umberto, che voleva essere il nuovo capo della cosca. Calò così il sipario su una figura singolare della camorra napoletana.

La moglie, la mite insegnante di Lettere e Filosofia, se ne tornò nella sua tranquilla Piacenza, portandosi dietro la figlia Tatiana, allora ventenne. E tentare di allontanarsi e cancellare definitivamente, forse invano, i fantasmi e gli anni della camorra stabiese.