di Luciano Trapanese
Lo scandalo dimenticato. Vittime senza diritti. 340 morti ignorate. Vite spezzate dallo Stato, dall'uranio impoverito, quel micidiale materiale che riveste i proiettili di artiglieria e li rende capaci di perforare le corazzate dei tank.
Micidiali anche per l'uomo: sviluppa temperature altissime, nebulizza i metalli. Li trasforma in particelle: inalate o ingerite provocano forme tumorali. Altri killer, micidiali allo stesso modo.
Come quelli che hanno ucciso Antonio Attianese, di Sant'Egidio di Monte Albino, in provincia di Salerno. Per lui l'esposizione all'uranio si è verificata in Afghanistan. Al ritorno in patria è stato tra i più tenaci a chiedere giustizia. Un indennizzo adeguato, delle responsabilità. Per se stesso, ma soprattutto a nome di tutte le vittime.
Così lo ha ricordato il presidente della commissione d'inchiesta sull'uranio impoverito, l'onorevole Giampiero Scanu: «Antonio è stato un uomo forte. Ha dimostrato di essere un soldato leale e coraggioso. Al suo fianco ha avuto una donna eccezionale. Sposa e madre esemplare. Come uomo sono orgoglioso di averlo conosciuto. Come "politico di turno" provo tanta rabbia mista a vergogna per l'ignobile trattamento che talune "istituzioni" del nostro Parse gli hanno riservato. Per Antonio e la sua Signora, che della dignità hanno sempre tenuto alta la bandiera, si leveranno voci di commosso cordoglio anche da parte di coloro che sono stati l'espressione del peggiore cinismo e della più perfida indifferenza. A costoro vorrei assicurare che, anche se con disumano ritardo, non ci fermeremo fino a quando non avremo ottenuto giustizia piena».
Già, giustizia piena. Tutti la vogliono, ma non arriva mai. Nonostante le evidenze.
Si tratta, non giriamoci intorno, di una delle più grandi tragedie dell'esercito italiano. Uno scenario peggiore della peggiore disfatta. Ed è una storiaccia che va avanti da venti anni. Una lotta strenua per ottenere verità e giustizia. Che si è infranta contro un bel po' di muri di gomma.
Sono due decenni ormai che questa tragedia continua. Due decenni nei quali i soldati che hanno partecipato alle missioni Nato in Afghanistan, Bosnia, Kosovo e Iraq si ammalano. Sono migliaia. Tutti per colpa di quell'arma maledetta.
I tribunali amministrativi e civili sono stati inondati dalle richieste di risarcimento. Ci sono già più di 40 sentenze. Tredici sono passate in giudicato.
I nostri soldati sono stati mandati a morire senza nessuna protezione. A molti di loro sono venuti dei dubbi quando hanno visto i colleghi americani bardati come astronauti. Evidentemente sapevano. Erano informati sulle conseguenze, sull'aria satura di materiali assassini. Su quello che accade nei luoghi dove sono esplosi proiettili con l'uranio impoverito.
Forse i nostri militari hanno pensato che esagerassero loro, gli americani. Una precauzione eccessiva. Non era così, purtroppo.
Ma di chi è la responsabilità? Chi ha mandato a morire i nostri soldati? Sembra una storia simile all'Isochimica, alle lavorazioni dell'amianto effettuate senza alcuna protezione. Ma una tragedia elevata all'ennesima potenza. E che ha ucciso e sta uccidendo soldati inviati lì dallo Stato. E non dipendenti di uno imprenditore privato con pochi scrupoli.
A oggi ci sono state tre commissioni d'inchiesta. E mica poteva bastarne una... Nessuna è arrivata a una decisione: cade il governo, chiude la commissione. La verità resta sospesa.
Senza contare un altro aspetto di questa tragedia italiana (e quindi dimenticata): tra le vittime non ci sono solo i nostri militari, ma anche i loro figli.
C'è una lunga lista di piccoli nati con malformazioni e una altrettanto lunga di aborti terapeutici o spontanei. I casi sono almeno diverse decine.
