Stupro di gruppo: ma lei se l'è cercata, li stava provocando

Paesi in difesa del branco. Anche i sindaci. Le vittime diventano carnefici, costrette a scappare.

Non solo Pimonte. A San Valentino Torio una storia simile. E non solo. Da nord a sud le comunità difendono il branco e isolano le ragazzine stuprate: è colpa loro.

di Luciano Trapanese

Se uno stupro di gruppo nei confronti di una minorenne è una bambinata, beh, allora anche un omicidio non è poi così grave. I francesi, del resto, definiscono lo stupro un assassinio senza cadavere. Perché alla vittima qualcosa muore dentro, per sempre.

A parlare di “bambinata” - lo saprete - è stato il sindaco di Pimonte, in provincia di Napoli. Che ha così “assolto” una decina ragazzi che hanno ripetutamente stuprato una coetanea, costringendola a scappare lontano, in Germania, insieme alla famiglia.

Quella fuga è ancora più chiara dopo le parole del primo cittadino (che in fondo rappresenta il paese). La vittima è diventata per tutti la carnefice. Colpevole di aver rovinato l'esistenza dei ragazzi (quasi tutti minorenni). Colpevole per aver denunciato quello che le è accaduto. Che poi sottintende l'immancabile «in fondo lei ci stava, li ha provocati». Poco importa se era stata anche ricattata. Poco importa se è stata usata come un oggetto. Umiliata, ripresa con i telefonini, giudicata anche da chi avrebbe dovuto proteggerla (la comunità).

Una storia in parte simile a quella di San Valentino Torio. Una ragazzina e il solito branco. Anche lì armato di cellulare per le riprese. Anche lì gran parte della comunità ha fatto muro. In difesa dei ragazzi, naturalmente. «E poi lei andava in giro in minigonna».

E' una dinamica tipica dei piccoli centri. C'è una vittima. E tanti presunti colpevoli, con una fitta rete di parentele e amicizie. Quando l'interesse dell'informazione cala, quando si spengono i riflettori sulla vicenda, resta solo la gente del paese, i loro ragazzi accusati di violenza carnale, e lei, la vittima. Che subito diventa presunta. E dopo un po' comincia il ritornello: «Lei ci stava, li ha provocati, è lei che ha rovinato i ragazzi». Il circolo della gogna senza fine. Che viaggia anche sul web. E non lascia scampo.

L'eventuale processo poi, un altro supplizio. Proprio come le indagini. Domande che pretendono inevitabili risposte dettagliate. In fondo un'altra violenza. Necessaria per avere giustizia, certo. Ma a sedici anni, dopo aver subito abusi per mesi, per anni, da un gruppo di coetanei, tutto questo diventa intollerabile.

Così capita che tante violenze simili neppure vengano denunciate. Le vittime non hanno il coraggio. O non vogliono dare un dolore ai loro genitori. O sono convinte che subiranno ritorsioni e verranno messe comunque all'indice.

Ce lo ha confermato il Centrodonna di Salerno. Una ragazzina ha subito abusi da parte di alcuni coetanei nei bagni di un istituto scolastico. La vicenda è stata segnalata. Ma non ha fatto seguito nessuna denuncia. L'adolescente ha solo cambiato scuola. Non lo ha detto neppure ai genitori.

Una “bambinata” non può avere effetti terribili. Non può devastare così tanto una persona. Non può precluderle un pezzo di futuro. Definirla così – come uno scherzo riuscito male – rischia di legittimare certi comportamenti. Giustificare il branco. Che poi lo faccia un sindaco, è ancora più grave.

E non è un caso isolato. E' già accaduto anche altrove. E non solo al Sud. Una delle prime volte a Civitavecchia: le ragazzine avevano dodici anni. Ma erano colpevoli, perché indossavano minigonne...