di Luciano Trapanese
Inutile girarci intorno: la scarcerazione con braccialetto di Domenico Diele, indagato per l'omicidio stradale della 48enne di Pastena, Ilaria Dilillo, sembra l'anticamera dell'impunità per il noto attore. Anche se rischia sedici anni di carcere.
Il gip lo ha ritenuto socialmente pericoloso. L'attore ha ammesso di essere tossicodipendente. Ha negato di aver assunto eroina prima di mettersi alla guida ma ha eluso l'esame del capello rapandosi a zero. Non aveva la patente, sospesa proprio per l'abuso di stupefacenti. Ha ammesso di non aver visto la vittima perché impegnato ad armeggiare con il cellulare. Una serie notevole di presunte aggravanti che lasciavano escludere – almeno a breve – il beneficio della custodia cautelare dalla nonna (anche se con braccialetto).
Nessuno vuole giudizi sommari. E Diele avrà la possibilità di difendersi in tribunale. Ma resta l'impressione che nei suoi confronti si sia agito con una discreta benevolenza, soprattutto a fronte delle aggravanti.
La sua dipendenza da eroina si è trasformata in “incompatibilità con il regime carcerario” (tesi sostenuta dall'attore...). Cosa paradossale: per anni abbiamo riempito le celle di tossici. Anche per reati minori, come il furto.
E se fosse confermata – anche nelle intenzioni – che la decisione di tagliare la chioma sia da ricondurre all'intenzione di sottrarsi all'esame del capello (decisivo per stabilire da quando aveva assunto eroina e cannabinoidi), non potremmo certo dire che abbia agevolato la ricerca della verità.
L'esito del processo non è scontato (non lo è mai), ma un'accorta strategia difensiva potrebbe anche evitare a Diele altri giorni di carcere.
L'eventuale patteggiamento della pena potrebbe comportare una eventuale condanna a sei, otto anni di reclusione. Ulteriormente ridotti per l'attenuante che deriva dal suo essere incensurato. Se si aggiunge che dalla pena verrà scalato il periodo trascorso in regime di arresti domiciliari e c'è la possibilità di espiare la condanna tra un centro di recupero per tossicodipendenti e l'eventuale beneficio di pene alternative al carcere, il conto è presto fatto.
In punta di diritto è tutto giusto e legittimo. Meno se si pensa che il reato di omicidio stradale è stato inserito lo scorso anno proprio per garantire giustizia alle vittime e ai loro familiari. Soprattutto se gli incidenti sono causati di chi guida in stato di ebbrezza, non ha la patente e ha comportamenti scorretti (come guardare il cellulare).
Forse, lo ammettiamo, se l'imputato non fosse stato un attore conosciuto, non avremmo spulciato così tanto in questa vicenda giudiziaria. Ma è forse proprio l'idea che un indagato famoso, anche nel rispetto delle normative, possa in qualche modo aggirare la condanna, a imporci questa riflessione. Vestendo per un istante i panni dei familiari della povera Ilaria. E un dubbio non possiamo non porcelo – dando per scontata, e ci mancherebbe, l'assoluta imparzialità dei giudici -: se a investire la 48enne salernitana, con tutto il carico di aggravanti che abbiamo descritto, non fosse stato Diele, ma un qualunque signor nessuno, oggi dove sarebbe? Dalla nonna (dopo una affannosa ricerca del rarissimo braccialetto elettronico), o ancora a Fuorni, in una cella tre per due insieme ad altri detenuti?
