di Luciano Trapanese
E' una sostanza discussa, che potrebbe offrire un'ancora di salvataggio immediata per tossicodipendenti da eroina, cocaina, metadone, nicotina, alcol, crack, metanfetamina e oppioidi. Eppure la comunità scientifica – dopo un primo approccio importante – l'ha quasi completamente abbandonata. Lasciando spazio alle consuete teorie complottiste (ridurrebbe i ricavi delle aziende farmaceutiche o, a scelta, gli affari del narcotraffico), e tanti dubbi. Parliamo della ibogaina, una sostanza che in Italia è stata dichiarata illegale da qualche anno. E che potrebbe avere le potenzialità per spezzare la consueta catena di dipendenza sostituita da altra dipendenza (un esempio: l'eroina è stata introdotta per “curare” la dipendenza da cocaina e il metadone per quella da eroina. Ma si tratta di stupefacenti che creano a loro volte dipendenza, danni e in molti casi la morte).
Eppure le possibili applicazioni – dopo magari studi approfonditi anche sulle controindicazioni -, potrebbero essere a dir poco importanti. E salvare – solo nel nostro Paese – migliaia di persone. Oltre a liberare dall'incubo un numero enorme di consumatori abituali di stupefacenti. Con oggettivi vantaggi, non solo per le vite umane, ma anche di costi per il servizio sanitario e di contrasto agli affari d'oro del crimine organizzato.
Ma procediamo con ordine. L'ibogaina è una pianta che cresce in Africa (Gabon, Camerun, Zaire e Congo). Viene usata dalla popolazioni locali per gli effetti curativi, ma anche nel corso di riti sacri. Gli studi fuori dal continente nero sono iniziati nel 1900 in Francia. Con dosi consistenti è un allucinogeno, con quantitativi più bassi è invece uno stimolante, impiegato come il khat o le foglie di coca.
L'interesse del mondo scientifico è iniziato negli anni '80, quando un ex consumatore di New York, Howard Lotsof, dopo averla provata per caso è uscito dopo anni di sofferenza dalla dipendenza di ogni tipo di droga. Iniziò a studiarla. Nel 1985 ha ottenuto il brevetto come «Farmaco per interrompere la dipendenza da oppiacei» e l'anno successivo per la disintossicazione dalla cocaina, dall'alcool e dalla nicotina. E' riuscito a scuotere il mondo scientifico, senza però ottenere i finanziamenti necessari per la ricerca.
E' solo nel 1993 che negli Stati Uniti l'istituto nazionale per l'abuso di droghe prende in considerazione l'ibogaina per valutarne la sicurezza e l'efficacia in possibili protocolli di trattamento.
La ricerca viene effettuata dalla professoressa Mash, dell'università di Miami. Che al termine degli studi arriva a una conclusione che sembra il preludio per un uso terapeutico della sostanza. Queste le sue parole: «L'Ibogaina blocca la dopamina, ritenuta responsabile della dipendenza dalle droghe e agendo sull'umore elimina la depressione che accompagna la crisi di astinenza».
E invece, niente. La tesi si scontrò con la comunità degli studiosi, e senza un motivo preciso, ma per un preconcetto: non è ritenuta una scoperta scientifica.
Qualche anno dopo la dottoressa ha dovuto interrompere gli studi per la morte di un tossicodipendente olandese. Mentre era sottoposto al trattamento con ibogaina ha assunto eroina andando in overdose. L'ibogaina infatti annulla la tolleranza sviluppata verso le sostanze stupefacenti.
Da allora sulla “pianta” è calato un velo di silenzio. Viene utilizzata in alcune cliniche sparse per il mondo (Slovenia e in Africa), da ciarlatani, venduta senza controllo sul web, ma di dati scientifici poco o niente. Neanche quelli che magari potevano smentire in maniera sostanziale gli effetti positivi sulle dipendenze.
Un mistero.
Il Guardian ha raccontato l'esperienza di un tossicodipendente, Joy, che è andato in una clinica in Sudafrica per sottoporsi al trattamento con ibogaina.
«Ventiquattro ore dopo l'inizio della cura ti senti uno schifo, non riesci a muovere le gambe. Ma il giorno dopo provi pura euforia. Scopri di non essere dipendente da nulla. Anche una tazza di the zuccherato ha un sapore orribile. Quando sono tornato a casa in dieci mesi non ho avuto nessuna ricaduta. Ho sviluppato un nuovo senso di sicurezza. Ho un nuovo lavoro, una nuova ragazza. Mi sento un membro effettivo della società».
Tutto bene dunque? Purtroppo no. Non è così semplice. Poco prima di tornare dall'Africa, Joy ha iniziato ad avere delle palpitazioni. A casa è stato ricoverato in ospedale dove gli è stato diagnosticato un problema cardiaco congenito.
Si sarebbe manifestato lo stesso o l'uso di ibogaina lo ha scatenato?
La questione chiave per questa sostanza è tutta lì.
Uno studio del 2015 sui problemi cardiaci associati all'ibogaina osserva «segnalazioni allarmanti di complicanze potenzialmente letali e casi di morte improvvisa». L'indagine ha accertato che l'ibogaina abbassa la frequenza cardiaca e interagisce con i segnali elettrici del cuore. E questo probabilmente spiega la cardiotossicità potenzialmente letale della sostanza.
Lo stesso studio stima che una persona su 400 muoia dopo aver assunto ibogaina. Perché ha preesistenti malattie cardiache, o per l'assunzione di oppioidi sotto l'influenza di ibogaina.
La famose controindicazioni.
Nello scorso settembre a Vienna si sono incontrati venti esperti per discutere sull'ibogaina. Hanno tutti concluso che in Europa dovrebbe essere incoraggiata la ricerca.
Una soluzione possibile potrebbe arrivare a breve dagli Stati Uniti. Una società farmaceutica sta sviluppando un farmaco che replica l'effetto dell'ibogaina sulle dipendenza, ma senza le proprietà allucinogene e i pericolosi effetti collaterali. I test sull'uomo inizieranno nei prossimi mesi. Ma dalle prime verifiche sembra siano stati superati i problemi al cuore.
Il farmaco a base di ibogaina sposta la dopamina nei centri di ricompensa/piacere del cervello. Eliminando non solo la dipendenza, ma anche il desiderio di utilizzare determinate sostanze.
C'è da augurarsi che tutto questo funzioni. Sarebbe fondamentale per un numero impressionante di persone. Resta sempre la domanda: perché la comunità scientifica ha ignorato – e in parte continua a farlo – una sostanza che potrebbe essere così efficace?
