di Luciano Trapanese
C'è una Salerno che non c'è più. Che sparisce lentamente, spenta dall'inesorabile passare del tempo. E che lascia spazio solo alla nostalgia. Quel sentimento capace di trasfigurare il passato. E renderlo inevitabilmente migliore del presente. Anche se non è vero. O almeno, non è vero sempre.
Elisa Sagrestano, aveva 85 anni. Era conosciuta come la parcheggiatrice di piazza Amendola. I salernitani la trovavano sempre lì, in presidio permanente. Difficile dimenticarla. E come lei tanti altri personaggi, piccoli simboli di un'epoca che non c'è più. Di una Salerno che è diventata altro. Anche perché niente resta immutabile. Soprattutto le città. Soprattutto in mezzo secolo. A prescindere da De Luca.
Elisa, la sua sedia in piazza, quella genuina e involontaria ironia, così popolare. Un tratto distintivo di quella Salerno. Città – all'epoca - disincantata e decadente. Quando nel centro storico c'erano meno boutique e più artigiani. Meno passeggio e più vita. E inoltrarsi tra Canalone e il vecchio Avogadro, significava imbattersi anche in quelle vecchie puttane, dallo sguardo amaro e rassicurante. Sedute notte e giorno davanti ai bassi, su sedie sgangherate. In attesa di clienti. E' stato così fino agli inizi degli anni '80. Prima che iniziasse l'oggi, la Salerno da bere. Quando la notte tra il bar Canasta, le antiche giostrine (quelle ci mancano davvero...), e piazza della Concordia, erano il ritrovo di nuove prostitute, trans e nordafricani. E per noi ragazzi era quasi un'avventura. Incontravi vecchi ubriachi, una vita trascorsa tra il carcere e la bottiglia, in vena di racconti, assistevi a risse furibonde e chiacchieravi con le prostitute in attesa di clienti. Ogni tanto arrivava l'azzurro lampeggiante delle pantere della polizia. In un clima quasi surreale, ma maledettamente vero. La Salerno dura, la notte pericolosa che non faceva male. Una città mediterranea, cupa e solare. Abbagliante di luce, o grigia e triste, battuta da un vento implacabile.
Gli stranieri ci sono sempre stati. Marocchini, algerini, tunisini, lituani. Scaricati dalle navi approdate nel vecchio porto. Che non aveva pretese, che non aveva nessuna intenzione di sfidare Napoli. Anche lì la notte era diversa. Illuminata da poche luci. Anche lì le prostitute, con le macchine in fila. Come davanti al teatro Verdi. Per anni il regno incontrastato di Filomena 'a pazza, altro nome storico della città. Lei, come tutte quelle donne che avevano iniziato il mestiere nell'immediato dopoguerra. E che tra gli anni '70 e '80, erano al tramonto di una lunga carriera. Come “Pensione”, la vecchia prostituta che batteva a due passi dal cinema Diana, di fronte al bar Varese. Dove alla cassa c'era la signora bionda. Sempre lì, a qualsiasi ora. E che nessuno di noi ha mai visto in piedi.
Era un'altra città. Devastata dall'eroina. Nelle palme del lungomare decine di siringhe conficcate. Una generazione segnata dalla dipendenza.
Era la Salerno della lotta politica. Di Autonomia operaia e degli scontri con i fascisti. Di Lotta Continua e del centro sociale Barone Rosso. Del delitto Giacumbi, della cellula Bierre. E delle marce al vecchio carcere per la «solidarietà ai compagni arrestati». Erano gli anni del Magistero occupato, degli scontri davanti all'hotel Elea, dove c'era Almirante, prima del solito stracolmo comizio a piazza della Concordia. Gli anni della musica gratis, degli incidenti prima del concerto di Branduardi. Gli anni degli Spleen Fix e del punk fatto in casa.
Anni duri, difficili. Pieni di speranze senza futuro. E di una città che voleva essere solo quello che era. Maledetta e viva. Scura e splendente. Dove le uniche luci erano i falò delle puttane e non quelle d'artista. Era una città che certo non richiamava turisti. Con il traffico impazzito e le filovie che puzzavano di tabacco.
Una città che non c'è più. E che scompare lentamente. Un pezzo alla volta. Per sempre.
