di Luciano Trapanese
La verità sulla morte di Ilaria Dilillo appesa a un capello. O meglio, la verità riguarda le condizioni dell'attore Domenico Diele quando, nella notte tra venerdì e sabato, ha travolto e ucciso la 48enne di Salerno nei pressi dello svincolo autostradale di Montecorvino Rovella.
Questa mattina è stata affidata la perizia tossicologica – proprio su un capello dell'indagato – per verificare quanto tempo prima dello schianto mortale avesse assunto eroina (sostanza della quale si è dichiarato dipendente).
All'affidamento della perizia era presente il piemme che sta coordinando l'inchiesta, Elena Cosentino, il difensore di Diele, l'avvocato Viviana Straccia (che ha anche nominato un perito di parte), e l'avvocato Michele Tedesco, che rappresenta la parte civile (i familiari della vittima).
La perizia verrà effettuata sul capello prelevato al 32enne protagonista della serie “1993”, poco dopo l'incidente. Ma a scelta potrebbe esserne prelevato anche un altro.
Si tratta di un elemento fondamentale nella valutazione della vicenda. L'indagato deve rispondere di omicidio stradale. Se venisse confermata l'ipotesi che quella notte guidava sotto l'effetto di sostanze stupefacenti, la sua posizione risulterebbe molto più compromessa. In caso contrario verrebbe meno un'aggravante determinante in sede di eventuale condanna penale (la pena prevista in questo caso è di sedici anni di reclusione).
A carico dell'attore – oltre alle responsabilità legate all'incidente stradale -, anche l'aver guidato l'auto senza la patente e, se venissero confermate le dichiarazioni rese nell'immediatezza del fatto, aver utilizzato il telefono pochi istanti prima dell'impatto. Anzi, non si sarebbe accorto della donna sullo scooter proprio perché in quel momento stava armeggiando con il cellulare (che avrebbe avuto un tasto rotto).
Diele resta nel frattempo nel carcere di Fuorni. Non è stato possibile applicare gli arresti domiciliari con braccialetto elettronico perché – come ricorderete -, al momento non ce ne sono disponibili (in tutta Italia sono solo duemila).
Il gip ha preteso che la concessione della detenzione cautelare a casa fosse possibile solo con l'utilizzo di un altro sistema di controllo. Nell'ordinanza il magistrato ha ritenuto l'indagato socialmente pericoloso.
