Sono passati 5 anni e mezzo da quella maledetta partita, decisa probabilmente da situazioni non addebitabili ad una squadra che ha onorato la maglia granata come poche altre in 100 anni di storia. Era la Salernitana di Roberto Breda e Nicola Salerno, due professionisti esemplari che guidarono il gruppo con saggezza barcamenandosi tra mille difficoltà quotidiane. Era la Salernitana dei "senatori" Peccarisi, Polito, Montervino e Pestrin, appellati come "mercenari" dopo aver rinunciato a centinaia di migliaia di euro pur di far iscrivere una società ormai destinata al fallimento. Era la Salernitana di Fava, Caglioni, Accursi, D'Alterio, Pippa, Murolo, Carrus e dei giovanissimi Ragusa e Fabinho, gente che si aiutava anche economicamente pur di concludere la stagione nel migliore dei modi. Era un gruppo unico, fantastico, roba da far venire i brividi anche a tanti anni di distanza. Chi dimenticherà mai lo striscione dedicato dai calciatori alla curva dopo la vittoria sul Bassano, le lacrime di Nicola Salerno dopo il successo al 90' sulla Cremonese, l'impresa di Alessandria, il boato liberatorio dei 32mila dell'Arechi quando Carrus gonfiò la rete sotto la Nord restituendo a una città intera 45 minuti di speranza.
Quel triplice fischio del signor Di Paolo alle ore 20 del 19 giugno 2011 sanciva la fine di un sogno e l'inizio del fallimento, con il declassamento in serie D: nel giorno del compleanno più amaro di sempre, la Salernitana veniva finanche scippata di una storia che i granata di oggi potrebbe clamorosamente riscrivere. Dopo appena 5 anni rieccoci al "Bentegodi", e non è certo roba da poco. Merito, ovviamente, di una società che, al di là delle chiacchiere social e delle polemiche di chi ha memoria corta, ha preso una squadra senza palloni e ha compiuto un miracolo sportivo tutt'altro che scontato, frutto di investimenti, passioni, sacrifici, competenza e coraggio. Merito che va condiviso con quei 3-4mila innamorati a prescindere che sono stati a Budoni, Selargius, Arzachena, Poggibonsi e Pontedera con lo stesso entusiasmo e il medesimo amore delle trasferte di Roma, Torino e Milano.
Loro hanno rappresentato e rappresentano la vera forza della Salernitana, quella componente senza la quale questo miracolo non si sarebbe mai potuto realizzare. E' per loro, e non per quei 30mila che il 19 giugno 2011 promettevano amore eterno dileguandosi nei momenti più bui, che oggi bisogna chiudere i conti con il destino. Consapevoli che l'avversario è più forte, che gli scaligeri sono nettamente favoriti, che potenzialmente il Verona può dare 4 palloni a chiunque soprattutto in casa sua. Ma già essere ritornati lì, dopo così poco tempo e dopo aver ascoltato "Non ci vediamo più", è una vittoria enorme. Per la società, per chi c'è sempre stato e per chi, oggi pomeriggio, sarà in quello stadio a spingere il cavalluccio marino verso quella che sarebbe un'impresa, utile magari a riscrivere la storia anche di questo campionato. Avanti Salernitana, gioca con il cuore di quei 22 calciatori che, nel 2011, scesero in campo gratis per amore di Salerno e della tifoseria...
Gaetano Ferraiuolo
