Due sconfitte di fila bastano, anzi avanzano, perché già settimana scorsa il malcontento fremeva, quasi ad aspettare quel secondo passo falso per dire “io l’avevo detto”. Eppure c’eravamo tanto amati. Questa squadra sembrava aver conquistato il cuore della piazza, ma è proprio vero che la gratitudine è un sentimento che invecchia presto. Dalle stelle alle stalle, e poco importa che dicembre sia appena iniziato, e che il giro di boa disti ancora qualche settimana, già impazza l’ormai noto “via tutti, ridicoli”. Eppure è la stessa squadra dell’impresa del “Partenio”, la stessa dei dodici risultati utili consecutivi, la stessa che ha tenuto testa a squadre decisamente meglio attrezzate, in un momento di piena emergenza, con gli uomini contati e la sorte avversa. Durante questo periodo il carro dei vincitori si era riempito, si faceva a gomitate per salirci e prendersi la luce dei riflettori, ed ora chi resta? Sia chiaro: se si son perse due partite di fila qualcosa non è andato, è palese. Ma si può con tanta facilità sputare nel piatto dove si è mangiato fin ora? A Salerno sembra di sì. Questi non sono certo proclami o battaglie in favore di qualcuno, qui si parla di Salernitana. Quando si perde ognuno ha la propria parte di colpe: la società, l’allenatore, i giocatori e gli organi di informazione (sì, anche e soprattutto). Il capro espiatorio serve a tutti, serve per catalizzare l’attenzione, per sfogare la frustrazione ed il malcontento, e che sia Lotito, Mezzaroma, Fabiani, Bollini, o il giocatore sotto tono di turno, poco importa, qualcuno deve pagare. Non molto tempo fa si diceva che la squadra era stata costruita discretamente con profili interessanti (Sprocati, Rossi, Ricci, etc.), che l’allenatore era stato in grado di infondere ai propri ragazzi un carattere guerrigliero, che i giocatori, nonostante la situazione di piena emergenza, erano stati capaci di stringere i denti e lanciare il cuore oltre l’ostacolo, ma ora “via tutti, ridicoli”. Un atteggiamento che contraddistingue un modo di essere propriamente nostrano, figlio di un modo di fare mai del tutto estirpato, e che con grande rammarico ci portiamo dietro. Ma a che serve allora sbandierare a destra e a manca il proprio amore per la maglia, a che serve dire “conta solo la Salernitana” se si è pronti a sciacallare il ferito alla prima caduta? Tutte domande che non troveranno mai una risposta, perché alla fine si sa: una vittoria alla prossima potrebbe scacciar via tutto o quasi, così come un’altra sconfitta potrebbe essere la spada di Damocle sulla testa di qualcuno, è questione di mentalità, un odi et amo che si ripete in un loop infinito. Ma la contestazione vera se la possono permettere in pochi, la si può accettare da chi ogni settimana macina chilometri e chilometri per seguire la propria passione, da chi (come successo, non si sta drammatizzando) rischia la vita per seguire la propria passione, da chi ad ogni gara è su quei gradoni. Le chiacchiere quindi stanno a zero, testa alla prossima battaglia, la guerra non è finita. Non è la prima, né sarà l’ultima volta che la nostra Salernitana cade, ma ora tutti vicini, tutti allo stadio chi può, perché gli assenti hanno ed avranno sempre torto.
Simone Gallo
