Pochesci: noi allenatori siamo l’anello debole del calcio

L’ex Ternana: “Salerno vive di calcio, serve una sterzata”

Salerno.  

In una giornata in cui la situazione legata all’allenatore ha tenuto, e tiene tutt’ora in apprensione, l’ambiente granata, sembrano calzare a pennello le dichiarazioni di Sandro Pochesci, raccolte dalla redazione di Pianetaserieb.it. L’ex tecnico della Ternana, ha analizzato quello che il punto di vista di un allenatore messo in discussione, e nella sua intervista ci sono alcuni passaggi che interessano in maniera diretta la Salernitana, come la stima che il tecnico di Tor Vergata nutre per la sua tifoseria: 

«Le tifoserie che più mi hanno impressionato per attaccamento e calore sono sicuramente quelle di Salernitana e Foggia, sono due piazze che vivono il pallone in maniera viscerale. Per me, però, la mia tifoseria era la migliore, il popolo ternano è unico».

Quali sono le sue favorite per la lotta promozione e chi, invece, rischia di più la Serie C?

«Per me la favorita assoluta è l’Empoli, mentre credo che Bari, Frosinone e Palermo potranno giocarsi il secondo posto. In ottica play-off occhio soprattutto al Parma. Se devo, però, fare un nome a sorpresa dico Foggia: hanno fatto uno splendido mercato a gennaio, sono trascinati dall’entusiasmo tipico delle società del Sud. Per quanto concerne la lotta per non retrocedere, secondo me se la giocano in cinque: Entella, Ternana, Pro Vercelli, Cesena e Ascoli. Oltre a questo gruppo deve stare attenta la Salernitana, che si sta facendo risucchiare dalle zone basse della classifica e se non dà subito una sterzata potrebbe restare coinvolta nel discorso play-out fino alla fine».

Parlando di Foggia e Salernitana mi ha servito un assist niente male per una considerazione di più ampio respiro: i Satanelli hanno tenuto il mister, nonostante i risultati non gli stessero dando ragione, mentre Lotito ha congedato abbastanza in fretta Bollini. La classifica ora dimostra la bontà della scelta dei pugliesi e l’effetto negativo del cambio di panchina dei Granata. Secondo lei, è utile l’esonero quando le cose non girano bene o è frutto di una cultura spesso frenetica e controproducente?

«Il calcio italiano è questo da sempre, ogni anno sono ben pochi i club che terminano la stagione con lo stesso allenatore con cui l’avevano iniziata. Ogni società, del resto, ha i propri obiettivi ed i tecnici nostrani sono tutti preparatissimi, per cui la scelta è ampia. A volte i cambi sono effettivamente utili: basti pensare a come Castori ha ribaltato il Cesena o all’ottimo periodo del Novara dopo l’arrivo di Di Carlo. Tante altre volte, però, come dimostra la vicenda della Pro Vercelli con Grassadonia, sono deleteri. Io sono del parere che l’esonero di per sé non sia una scelta errata, ma che spesso lo sono le motivazioni: non si dovrebbe ragionare soltanto nell’ottica dei risultati, ma bisognerebbe prendere in esame diversi fattori come le prestazioni, il rapporto con la squadra e quello con l’ambiente. Cambiare allenatore è una moda, lo si fa anche se i problemi sono altri perché è più semplice che cacciare venti giocatori. Siamo l’anello debole del calcio: quando si vince una partita il merito è dell’autista del pullman che è entrato nel cancello, del magazziniere che ha portato le magliette a maniche corte o del team manager che ha messo la camicia bianca, quando invece si perde è sicuro che la colpa sarà la nostra. Hai notato che tutti i tecnici dopo un paio di anni mettono i capelli bianchi? Lo stress è tanto, pensa che io in queste quattro partite fermo ho ritrovato i miei capelli biondi e ricci. A volte stare a riposo serve, ma sento la mancanza del campo come un bambino avverte quella delle caramelle. Il nostro è un mestiere complicato, ma lo amo profondamente e non lo cambierei per nulla al mondo. Chi lo sceglie adora le sfide e non si aspetta di vincere facile, conosce le regole».

 

Redazione sport