A Salerno ha disputato tre campionati facendosi apprezzare innanzitutto come uomo e poi come calciatore, lui che ha macinato chilometri e chilometri sulla fascia segnando uno dei gol più belli ed emozionanti della storia del calcio salernitano. Protagonista assoluto della promozione in serie A, ma anche delle meravigliose vittorie contro Inter, Roma, Vicenza, Juventus e Lazio, Alessandro Del Grosso è uno dei doppi ex della sfida in programma sabato pomeriggio tra Salernitana e Pisa. La redazione di Granatissimi lo ha intervistato questo pomeriggio parlando del presente, ma anche del passato:
Pisa in alto nonostante i problemi societari, Salernitana in zona play out. Te lo aspettavi?
"Sinceramente non credevo che la Salernitana potesse ritrovarsi in bassa classifica a questo punto della stagione, ha una rosa che può ambire a posizioni decisamente più tranquille. La piazza è importante, il pubblico spinge e ci sono tutte le componenti per poter risalire la china, a patto che i calciatori si dimostrino uomini. L'ho sempre detto: per giocare a Salerno ci vogliono attribuiti e personalità, la gente va rispettata per il grande attaccamento alla maglia che dimostra ogni settimana. Il pubblico è maturo, valuta prima l'uomo e poi il calciatore. Quanto al Pisa, rispecchia in pieno il carattere del suo allenatore. Conosco molto bene Gattuso, abbiamo condiviso l'esperienza di Salerno, nelle difficoltà ha saputo tirar fuori quel qualcosa in più che sta facendo la differenza. Lo spogliatoio è sacro, lui sta facendo un grandissimo lavoro sotto tutti i punti di vista e il gruppo lo segue con entusiasmo".
A proposito di Gattuso, cosa ricordi dei suoi primi allenamenti a Salerno?
"Arrivò che era giovanissimo, ma intuimmo subito di che pasta fosse fatto. Lo capivamo dal suo sguardo e dalla sua cattiveria agonistica che poteva diventare un ottimo calciatore, del resto non sta a me ricordare quale sia stata la sua carriera e cosa abbia vinto successivamente. Sin dal primo allenamento, non tirava mai indietro la gamba e non ebbe nessun timore reverenziale nei confronti di elementi più esperti. Mi colpiva molto il suo atteggiamento al di fuori del rettangolo di gioco: era un ragazzino, ma era il primo a sdrammatizzare nei momenti di maggiore difficoltà compattando gruppo ed ambiente, un vero leader in quello spogliatoio".
La mente va a quel torneo di serie A, in cui partisti "riserva" e diventasti poi titolare inamovibile...
"E' vero, piano piano ho riconquistato il posto in squadra disputando un ottimo campionato. Mi ricordo che il mister decise di tenermi fuori nella prima partita contro la Roma, voleva mettere alla prova altri calciatori e ci rimasi molto male. Non era bello stare in panchina sapendo che il mio contributo potesse essere importante. A livello personale, comunque, mi sono tolto molte soddisfazioni, peccato che sia arrivata una retrocessione immeritata seguita, ahimè, dalla vera tragedia, ovvero la morte di quei quattro ragazzi che tornavano da Piacenza. Conoscevo benissimo uno di loro, fu un dolore atroce per me e per tutta la squadra".
Quali sono i ricordi più belli e più brutti di quella stagione?
"In casa vincemmo tantissime partite: battemmo Inter, Roma, Lazio, Bologna e Juventus, peccato che in trasferta le cose andarono diversamente. Nel mio cuore sono custoditi ricordi speciali, ma la gara di Piacenza mi è rimasta sul groppone per una serie di motivi facilmente intuibili".
Calciopoli è scoppiata anni dopo, tutti crediamo che ci sia buona fede, ma qualcosa di anomalo accadde...
"Ci sono stati episodi che fanno riflettere anche a tantissimi anni di distanza. Per la partita salvezza contro il Piacenza, fu designato il signor Bettin di Padova, all'ultima partita della carriera prima del ritiro dai campi di gioco. Al 94' c'era un rigore evidente per fallo su Giacomo Tedesco, non ha fischiato nulla e siamo retrocessi. La rissa finale e l'epilogo del treno lasciano tanta amarezza, potevamo aprire un grande ciclo con quella squadra".
Qualcuno dice che, se Oddo fosse arrivato a gennaio, le cose sarebbero andate diversamente..
"Le colpe vanno equamente divise quando si retrocede, non mi va di puntare il dito contro Delio Rossi. Oggi faccio l'allenatore e capisco ancora meglio determinate dinamiche. Quella squadra, tuttavia, talvolta si cullava sulle buone prestazioni, era convinta che, alla lunga, avrebbe raccolto quello che seminava. Non fu così e il presidente decise di cambiare guida tecnica dopo la sconfitta di Perugia, Oddo fu bravo a ricaricare ambiente e spogliatoio facendoci capire che ogni gara era quella della vita e contava soltanto il risultato. La rimonta fu strepitosa, ma non sufficiente per festeggiare la permanenza in categoria".
E poi ci fu quel gol di Milano targato Del Grosso...
"Già con Bologna e Roma c'avevo provato, la palla uscì di pochissimo. Avevo un buon tiro dalla distanza, in quel caso sfruttai al meglio la sponda di Giampaolo calciando all'incrocio dei pali. Un'emozione straordinaria, peccato per la sconfitta finale".
Quando tornasti nel 2001, con Zeman, non riuscisti a ripeterti. Cosa non funzionò?
"Batto sempre sul concetto di gruppo e spogliatoio: in quella squadra c'erano troppe prime donne, questa cosa incise sul mio rendimento. Per un periodo ci inserimmo nella lotta promozione, ma personalmente non ho un ricordo bellissimo di quell'annata".
La Salernitana 1998-99 poteva seguire le orme del Leicester di Ranieri?
"Assolutamente sì, e potrebbe farlo ancora oggi. Per bacino d'utenza, passione e calore, Salerno ha un potenziale anche superiore a quelli di Verona, Udine e Firenze. La gente partecipa con amore viscerale alle vicende della squadra del cuore, sottoscriverebbe tantissimi abbonamenti e l'Arechi sarebbe sempre pieno. Ci sono tutte le componenti per avviare un progetto straordinariamente ambizioso".
Quindi Lotito non esagera quando dice che l'Arechi fa la differenza...
"Sono d'accordo con lui, è davvero il dodicesimo uomo. Non a caso, in A, tra le mura amiche conquistammo vittorie prestigiose contro squadre blasonate. E' una piazza che ti aiuta a crescere sotto tutti i punti di vista, che ti fa sentire un giocatore importante e che sa apprezzarti nel tempo se rispetti la maglia che indossi. Colgo l'occasione per salutare tutti con grande affetto, auguro alla Salernitana di riprendersi in classifica quanto prima".
Gaetano Ferraiuolo
