Schiave sessuali del pastore, così tuteliamo le vittime

Una storia morbosa e violenta. Perché non abbiamo rivelato il paese dove sarebbe accaduta

Le vittime – se i reati venissero confermati – hanno già sofferto in modo indicibile, abbiamo ritenuto ingiusto anche solo rischiare di violare la loro privacy.

di Luciano Trapanese

Ieri abbiamo pubblicato in esclusiva la notizia del pastore evangelico indagato per aver a lungo schiavizzato sessualmente delle donne e delle ragazzine. La vicenda è stata riportata oggi anche da altri organi di informazione. Molti lettori ci hanno chiesto per quale motivo avessimo omesso di scrivere – come invece non hanno fatto altri – il paese dove si sarebbe verificata l'inquietante storia, evitando di riferire pure le iniziali del pastore e delle sue presunte vittime.

Non abbiamo nessuna intenzione di giudicare le scelte di altri colleghi, ma è necessario rispondere ai lettori, anche per ribadire il senso delle nostre decisioni.

Il comune è un piccolo centro dell'Alta Irpinia. Poche migliaia di persone. E dove – secondo logica – la comunità evangelica non può essere così numerosa. La possibilità di identificare le vittime è già così più che evidente. Se poi si aggiungono le iniziali si toglie anche il residuo dubbio.

La nostra linea deontologica ed editoriale ci impone di tutelare le vittime di fatti di cronaca. In particolare quando subiscono reati di natura sessuale. Una tutela che viene moltiplicata se si tratta di minorenni.

La storia che ha coinvolto il pastore evangelico – se confermata nel corso dell'attività giudiziaria – è di una gravità assoluta. Reiterata per più di un decennio e che potrebbe aver provocato alle sue vittime conseguenze inimmaginabili.

E' proprio in virtù di questa consapevolezza che Ottopagine.it ha evitato ogni riferimento possibile per l'individuazione delle persone coinvolte. Sarebbe stato – per noi – imperdonabile aggiungere dolore e imbarazzo a vittime che hanno già affrontato una esperienza terribile e hanno trovato la forza, il coraggio e la determinazione, dopo anni di violenze subite in silenzio, di raccontare ai carabinieri la loro odissea e chiedere – nel caso – giustizia.

Ma non solo. Fino a quando la magistratura non avrà accertato quello che è accaduto e si sarà pronunciata con una sentenza, sentiamo anche l'obbligo di tutelare il presunto autore di reati così infamanti. Sappiamo bene che nel comune dove si sarebbero svolti i fatti, molti conoscono la sua identità. Ma lì è il passaparola a diffondere le notizie e non gli organi di informazione. Fino all'epilogo di questa storia ci sembra giusto non esporre alla gogna sul web una persone che ha tutto il diritto di difendersi e cercare di dimostrare, eventualmente, la sua innocenza.

Era un chiarimento dovuto ai nostri lettori.

Buona domenica.