Morte Biagio Cava. Si chiude una terribile stagione di sangue

La scomparsa del boss e la fine della faida. Segnata da due stragi e da quel silenzio in cella.

I Cava sono indeboliti, così come i Graziano, ma nessuno può dire che in quel pezzo di territorio la camorra sia stata sconfitta. Ci sono gli eredi, ma non solo loro..

di Luciano Trapanese

Con la morte di Biagio Cava si chiude una pagina di storia criminale segnata da sangue e terrore. Che per anni ha scadenzato con vittime e attentati la vita di una zona significativa della provincia di Avellino: il Vallo Lauro, quella striscia di territorio che separa l'Irpinia dal Nolano. Una storia che ha avuto anche pesanti ripercussioni sul capoluogo, a lungo ritenuto “territorio” dei Cava.

La morte del boss, ucciso da un tumore a 62 anni, è l'epilogo di un libro già finito, quello della faida tra il clan Cava e quello dei Graziano.

Una storia quindicese, troppo spesso confusa con una guerra di camorra. E' stato altro. Odio puro tra due famiglie. Che ha ucciso anche donne, disabili, anziani (il padre di Biagio Cava venne crivellato con cinquanta colpi al volto). Non ha risparmiato niente e nessuno. Spesso alimentato dalle donne dei clan, cosa non insolita per una società decisamente matriarcale come quella di Quindici.

La faida ha un orizzonte temporale preciso, segnato da due stragi. Quella del 21 novembre del 1991, in un garage di Scisciano. Un commando, composto forse dallo stesso Biagio Cava, uccide a colpi di mitra l'erede designato dei Graziano, Eugenio, già sindaco di Quindici, il cugino Vincenzo e Gaetano Santaniello.

L'altra strage viene commessa il 26 maggio del 2002 (undici anni dopo), a Lauro, giorno delle elezioni amministrative, nel centro del paese. Sono i Graziano ad agire. Uccidono Clarissa Cava, la figlia sedicenne di Biagio Cava (un'altra figlia Felicia sarà gravemente ferita e condannata alla sedia a rotelle), la sorella Michelina e la cognata, Maria Scibelli.

Per la prima volta gli autori di un attentato della faida finiscono in cella. Hanno agito senza un piano, di puro istinto. Non sapevano neppure di essere intercettati: gli agenti di polizia li ascoltano mentre festeggiano il massacro. In manette Luigi Salvatore Graziano, sua moglie Chiara Manzi e il figlio Antonio. Rispettivamente i genitori e il fratello di Eugenio Graziano, il giovane boss massacrato a Scisciano.

Dopo quell'attentato un esponente di primissimo piano del clan, Arturo Graziano, si «dissocia» per quella strage. E' un gesto clamoroso. Poco dopo ci sarà anche il primo pentito, Felice Graziano. E' l'inizio della fine del clan.

Ci sarà poi un episodio che simboleggia la conclusione di quella lunga pagina di sangue. Il sipario su una stagione di morte. Biagio Cava è recluso a Nizza in attesa di estradizione. Era stato arrestato mentre tentava di imbarcarsi per gli Stati Uniti. In cella riesce ad avere un cellulare. La polizia se ne accorge, ma lascia fare: ritiene sia importante intercettare le parole e gli eventuali ordini del boss. Un familiare lo avvisa, gli comunica della morte della figlia, della sorella, della cognata e delle condizioni disperate di Felicia. La reazione è un lungo, interminabile silenzio. Neppure una parola. Dolore che resta dentro, in quella cella.

Ci siamo chiesti a lungo cosa avrà pensato il boss. La rabbia e la sete di vendetta saranno stati i primi pensieri. Ma poi come non riflettere sull'insensatezza di quell'odio totale, che è costato la vita della sua figlia prediletta, di sua sorella, il grave ferimento dell'altra figlia. Come non pensare ad una vita trascorsa tra un carcere e una villa bunker, segregato – ancor più da libero – per sottrarsi al fuoco dei Graziano. Senza contare che questa volta, con tutti gli autori della strage in cella, ance una vendetta sarebbe stata impossibile.

Dopo anni si può anche affermare che con quel silenzio cala il sipario sulla faida. Tutti si aspettano una reazione rabbiosa, l'ennesimo omicidio. Ma non arriva, c'è ancora sangue (qualche vittima che poco c'entra con le famiglie). Ma la guerra è chiusa. Con una sconfitta totale. Hanno tutti perso affetti importanti. E finiranno la vita dietro le sbarre.

Con la morte di Biagio Cava il più temuto e carismatico capo della sua “famiglia”, la stagione della faida perde un terribile protagonista. Forse il pregiudicato irpino con maggiore spessore criminale.

Perché oltre alla guerra con i Graziano, Cava è stato soprattutto un camorrista di primo piano. Vicino a boss potentissimi come Carmine Alfieri e i Fabbrocino.

Cosa resta e cosa accadrà nel Vallo Lauro dopo la sua morte è difficile dirlo: il clan Cava è indebolito e i Graziano in enormi difficoltà. Ma l'errore più grave sarebbe quello di immaginare che la camorra nella zona non esista più. Gli eredi sono già pronti. E pure altri clan. Che hanno già ucciso, anche in provincia di Avellino.