di Andrea Fantucchio
«Dov'è Rosa, papà?», la piccola, capelli ricci e sorriso vivace, a cavalcioni sulle larghe spalle del genitore, continuava a distendere la sua manina verso il volto rappresentato sullo striscione. Le restituiva un sorriso che conosceva bene. Dopotutto per i bimbi, si sa, le distanze non esistono. E anche la morte diventa poco più di un lungo nascondino che dovrà, prima o poi, avere fine.
Non deve sorpendere, quindi, che quella bambina continuasse a ridere: sentiva che Rosa era vicina. Forse accovacciata dietro uno degli alberi che circondava il cortile di cemento della chiesa, pronta a sbucare fuori e a porre fine a quel gioco che durava da troppo. Nel profondo del cuore quella speranza, il desiderio di vedere sorridere ancora Rosa Sardella, trentaquattro anni vissuti al massimo ma strappati via troppo presto, accomunava tutti i presenti.
Erano in centinaia questo pomeriggio di fronte alla Chiesa del Cuore Immacolato di Maria per dirle addio. O, meglio, arrivederci. Perché le persone come Rosa finiscono inevitabilmente per lasciare un solco. In quel ritaglio di terreno dell'anima dove si piantano i ricordi più preziosi in attesa di vederli sbocciare rigogliosi nei mesi successivi al lutto. Spesso improvvisamente. Quando il tempo biologico e quello della memoria, che segue ritmi tutti suoi, si incrociano e decidono che è arrivata la stagione del raccolto. E' allora che il dolore esplode improvviso, seguito da una malinconia persistente, che poi lascia il posto a tutte le cose belle che la persona cara rappresentava. Decine di rose, una per ogni ricordo.
Stefania e Annamaria hanno provato a spiegarlo in una lettera.
«Ciao Rò, ti stavamo aspettando da tempo e oggi sei qui finalmente con noi, noi che ti vogliamo bene e non possiamo dimenticarti. Sei in ognuno di noi, sei nei tuoi nipoti e non solo. Quei bimbi che hai amato con tutta te stessa. Ogni loro desiderio era un dovere per te perché tu li amavi. In ogni amico lasciamo un un ricordo. Mi piacevano i nostri giri in macchina ma senza meta. Solo per stare insieme e confidarsi. Oggi che i tuoi amici non hanno più parole guardano il cielo con la speranza di rivedere il blu dei tuoi occhi. Vai in pace amica».
Silenzio. Padre Roberto ha finito la sua omelia. La porta della chiesa si apre lasciando uscire il feretro. E' allora che i palloncini bianchi, decine e decine, vengono lasciati liberi di volare. Lontano fino a quella nuvola da dove, questo pomeriggio, Rosa ha deciso di godersi lo spettacolo offerto da quegli amici che hanno voluto tributarle un ultimo indimenticabile saluto.
Oggi è il tempo della memoria. Da domani, poi, ricomincerà la battaglia per la verità: quella che appartiene a tutti i presenti, ma soprattutto ai familiari di Rosa rappresentati dall'avvocato Antonio Todisco. Pretendono di sapere come un'operazione chirurgica possa essersi trasformata in un dramma. Come una donna così giovane sia finita in coma. E poi sia morta senza che nessuno sia riuscito a dar loro una spiegazione. Un perchè soddisfacente.
Ci proverà la magistratura beneventana che con il pm Flavia Felaco ha disposto un inchiesta. Tredici gli indagati (Leggi i dettagli). Si tratta di membri del personale medico del Fatebenefratelli, dove Rosa era ricoverata, nei confronti dei quali è stato ipotizzato il reato di omicidio colposo. Ieri è stata effettuata l'autopsia. Quando i risultati saranno resi noti, un massimo di novanta giorni, finalmente si avrà qualche risposta in più. E allora Rosa potrà finalmente riposare in pace.
