di Marco Festa
Tredici giornate, dodici punti: uno solo in meno rispetto alla zona salvezza. L'Avellino è lì, nonostante tutto. Nonostante il clima di scetticismo e sfiducia venuto prepotentemente a galla dopo un avvio di stagione al di sotto delle aspettative di molti. Il lupo è ad un passo dal diciassettesimo posto, che garantisce la permanenza in Serie B: obiettivo precampionato, fissato con fermezza, ma evidentemente dimenticato dai più. Ed è anche per questo la partita in programma domenica, al “Cabassi”, contro il Carpi, è diventata da dentro o fuori mentre si continua a navigare a vista in un ambiente impaziente, ormai a insensibile alle oggettive difficoltà di un organico rivoluzionato in estate, infarcito di giovani di belle speranze - che piaccia o no hanno bisogno di tempo - affiancati a calciatori, sulla carta garanzie, che finora non hanno fatto la differenza. Per problemi fisici, ma non solo.
Tra questi c'è Castaldo: il “dieci”, il fuoriclasse biancoverde. Uno che non c'è bisogno di ricordare cosa e quanto abbia fatto nelle ultime stagioni, vissute da perenne ed incontrastato protagonista. Il vento, però, sembra essere cambiato: 8 presenze e un gol in campionato, all'esordio contro il Brescia, poi tante prestazioni anonime, non all'altezza del suo indiscutibile talento. C'è da dire che il gigante di Giugliano è stato penalizzato dalla frattura composta alla quarta e quinta costola destra - rimediata alla quinta, contro il Cittadella – che lo ha obbligato a quattro turni di stop, ma la musica non è cambiata pure dopo il rientro. Ecco perché la ricerca del riscatto dovrebbe passare dal momentaneo scivolamento in panchina dell'ex tra le altre di Nocerina e Benevento. Spazio ad Ardemagni e Mokulu. Con o senza Verde alle spalle si vedrà. Che sia 4-4-2, 4-3-1-2 o 4-3-3 cambierà, ma relativamente: ora più che mai, più di tutto, più dei singoli, conta il collettivo. Quel gruppo che ha fatto quadrato intorno a Toscano, che si aggrappa ai suoi arieti per salvare la panchina.
