Angelo D’Angelo è il simbolo dell’Us Avellino. Oltre a essere il capitano della squadra biancoverde, D’Angelo è l’unico calciatore nella storia del club ad aver militato ininterrottamente in quattro categorie diverse con la stessa maglia. Un gladiatore, un esempio per tutti.
Vi racconteremo i segreti e le curiosità di un calciatore che ha scritto e continua a scrivere la storia dell’Avellino calcio. Una persona che è riuscita a far convivere lo studio con l’attività agonistica. Il simbolo dello sport avellinese.
Cosa ti ha spinto a giocare a calcio?
«Fin da piccolo la mia passione più grande è stata quella per il calcio. Ho iniziato a giocare a sei anni in una piccola scuola del mio paese, Ascea. La bellezza del calcio, l’amore che provo per questo gioco hanno trasformato la mia passione in un mestiere. Fin dalle elementari, quando mi chiedevano cosa volessi fare da grande, io ero già convinto: volevo diventare un calciatore.»
Da piccolo sei dovuto andare lontano dalle tue radici e lasciare la tua famiglia. Cosa hai provato in quegli anni?
«All’età di quindici anni sono andato via di casa per trasferirmi a Cosenza. Frequentavo lì la scuola e allo stesso tempo mi allenavo. Vivevo in un albergo, da solo e lontano dalla mia famiglia. Per un ragazzino di 15 anni è davvero molto difficile fare determinate scelte.
Poi ho firmato con il Voghera, in provincia di Pavia. E’ stata la mia prima esperienza tra i grandi. Una parentesi molto positiva per il mio cammino calcistico: fui premiato come miglior giovane della Serie D.
E’ stata molto dura separarmi, seppur temporaneamente, dalla mia famiglia. I miei parenti mi mancavano, non nascondo la sofferenza che provavo giorno dopo giorno. Mi consolava il pensiero costante di voler giocare a calcio e di diventare un calciatore professionista.»
La laurea. Pochi ne sono a conoscenza, in cosa ti sei laureato? Ti sei specializzato in qualche campo?
«Mi ha sempre affascinato l’idea di lavorare nel mondo dello sport. Mi sono iscritto un po’ d’anni fa a Scienze Motorie ma il mio primo pensiero era quello di riuscire a sfondare nel mondo del calcio. Consiglio a tutti di studiare, lo studio viene prima di qualsiasi altra cosa. Ti aiuta a crescere a livello mentale, a sviluppare un pensiero. Con lo studio si allena il cervello e nel calcio questo serve tantissimo oltre ovviamente alla capacità di saper giocare.
Mi sono laureato cinque anni fa all’Università Parthenope di Napoli, l’anno scorso ho conseguito la specializzazione in Scienze e Managment dello sport e delle Attività Motorie.»
Come hai abbinato lo studio all’attività agonistica?
«Non è per nulla semplice. Sono due mondi separati. Bisogna avere la testa libera per poter giocare bene a calcio ma allo stesso tempo bisogna mettere da parte la vita agonistica per dare buoni risultati all’università come a scuola.
Mi dedicavo allo studio soprattutto di mattina per almeno 3 ore. Finivo solo quando mi veniva mal di testa.»
Cosa ti ha spinto alla laurea?
«Ho sempre avuto una grande voglia di studiare. Questa mi ha spinto a continuare ad imparare. Ho scelto una facoltà che mi permettesse in ogni caso di lavorare nel mondo dello sport ed in particolare in quello del calcio.»
Cosa pensi del rapporto molto spesso difficile tra la cultura ed il calcio?
«Molti ragazzi abbandonano lo studio per dedicarsi completamente al calcio pensando di poter sfondare solo ed esclusivamente in questo modo ma non è per niente così.
Il sogno più grande deve essere sempre inseguito. Non bisogna mai mollare. Studiare però è fondamentale per un calciatore, può aiutare tantissimo. Nel calcio moderno puoi permetterti di non studiare soltanto se sei un fenomeno. Conseguire almeno il diploma è fondamentale.»
Che rapporto avevi con la scuola da ragazzo?
«A scuola ero un pazzo scatenato. Ma ero già un ragazzo determinato. Se volevo ottenere qualcosa, ci mettevo l’anima. Realizzavo i miei obiettivi con tutte le mie forze. Mi piaceva e mi piace ancor oggi vincere sempre. A scuola davo tutto me stesso, non ho mai avuto problemi in qualche disciplina. Mi impegnavo in modo costante e raggiungevo così il mio obiettivo.»
Come si vive l’attesa di una partita?
«L’attesa della partita è molto importante nella vita di un calciatore. Con l’esperienza il modo di approcciarsi alla partita cambia. Con il tempo si acquisisce il metodo per gestire al meglio le emozioni e di conseguenza le partite. A 18 come a 31 anni però, l’emozione del pre-partita è sempre la stessa. Nel momento in cui la preoccupazione scompare, bisogna solamente appendere gli scarpini al chiodo. Bisogna distinguere la tensione dalla paura. La tensione si trasforma in adrenalina e porta dare il meglio di sé stessi. La paura, nel calcio e nella vita, fa solo del male.”
Come si gestisce il peso di una sconfitta?
«Bisogna lavorare costantemente, soprattutto dopo aver subito una sconfitta. Solo attraverso il lavoro si matura e si alleggerisce la sconfitta.»
Il momento più bello della tua carriera?
«Sicuramente la partita contro la Juventus in casa loro. Qualsiasi calciatore vorrebbe confrontarsi con la Juventus, è una soddisfazione speciale.»
Cosa prova un calciatore nel momento in cui indossa la fascia da capitano e diventa il simbolo di una città intera?
«Si ha una grossa responsabilità ma si prova una grande soddisfazione. Un'emozione indescrivibile. E’ stato il punto di arrivo della mia gavetta. E’ qualcosa di estremamente speciale. E’ una sensazione e una possibilità unica poter rappresentare i colori di Avellino.»
Il tuo rapporto con i tifosi e più in generale con la città?
«Il mio rapporto con i tifosi è splendido. Mi hanno sempre sostenuto, anche nei momenti più brutti. Sono contento e fiero di essere parte di questa città. Mi sento parte dell’intera provincia. Ci tengo molto a loro, giorno dopo giorno mi hanno dimostrato il loro affetto e solo la gente irpina riesce a volerti bene in questo modo.
La maggior parte delle volte, quando segno, vado sotto la curva per ringraziarli con tutto il mio cuore. L’inchino sotto la curva è spontaneo, è naturale. Spero di farne ancora tantissimi e poter omaggiare in questo modo il Lupo e la tifoseria.»
Come mai la scelta del numero 8?
“E’ stato casuale. La mia prima partita con l’Avellino fu con il numero 7. Poi scelsi il 4. Non appena indossai il numero 8, le cose andarono sempre meglio. Non mi sono più staccato dal mio numero. Fa parte di me, è il mio portafortuna.”
Il posto che preferisci di più ad Avellino?
«Avellino mi piace molto, apprezzo tutto della città. Mi piace il centro, in particolare il centro storico dove ho avuto modo di vivere per un anno. Anche Mercogliano mi piace tanto, è molto tranquilla. Un paese più distaccato dalla città, mi piace la tranquillità. E poi il panorama è fantastico, c’è del verde ovunque.»
Cosa fate durante l’intervallo?
«Quando le cose vanno bene, voglio che la squadra debba continuare a dare il massimo senza parlare. Quando invece le cose (ahimè) vanno male, bisogna parlare e cercare di capire cosa c’è che non va.»
Il calciatore più forte che hai incontrato?
«Sicuramente Marchisio, in Coppa Italia. Per ’95 minuti contro di me, lui si è allenato, non sono mai riuscito a rubargli la palla.»
Il calciatore più forte con cui hai giocato?
«Senza dubbio Gigi Castaldo. Ha delle doti mai viste, è il più forte sotto tutti i punti di vista. Dal gesto tecnico alla padronanza del campo. Sotto l’aspetto della personalità, il migliore è Armando Izzo. Penso che sia il giocatore più pronto in assoluto. Gestiva le cose alla perfezione, come se sapesse in ogni momento cosa fare.»
Il calciatore più forte di sempre nella storia?
«Maradona. Anche se quello di allora era un calcio molto differente. Oggi ce ne sono due, Messi e Cristiano Ronaldo imparagonabili tra di loro. Messi è diventato il calciatore più forte del calcio moderno anche con l’aiuto dei genitori. Ronaldo invece è la perfezione assoluta. E’ un esempio, lavora quotidianamente per migliorarsi sempre di più. Ha delle doti eccezionali, lui è arrivato ad essere il più forte facendo grandi sforzi e sacrifici.”
Il tuo idolo da bambino?
«Edgar Davids. Giocava nel mio stesso ruolo, mi piaceva molto come calciatore e come persona. Un vero Pit Bull. Grandi esempi sono stati per me anche De Rossi e Marchisio. Come personalità, penso che Gattuso sia insuperabile.»
Oltre al calcio, hai qualche passione che in futuro potrebbe trasformarsi in un lavoro?
«Mi piacerebbe sempre lavorare nell’ambito del calcio. Ora però penso a giocare ed a dare tante soddisfazioni ad Avellino. In futuro so già che non riuscirò a stare lontano dal calcio. Farò qualcosa in questo mondo, sicuramente.»
Giuseppe Forino
(studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola/lavoro)
