De Napoli: io, Maradona e l'Avellino. Rimpianti? Il mondiale

L'ex campione si confessa. Biancoverdi nel cuore, sempre. Ristabiliamo la legge del Partenio.

Auguro al Napoli di vincere lo scudetto. Sibilia? Urlava ai calciatori, ma era un grandissimo...

Avellino.  

«I miei tre anni all’Avellino furono fondamentali. Rimanere in serie A per tre anni è come vincere tre scudetti. E’ difficile giocare nella tua città, devi dare sempre qualcosa in più.» Fernando De Napoli ripercorre la sua carriera. Dal grande presidente Sibilia all’amico Maradona. Sempre con l’Avellino nel cuore.

Cosa ti ha portato a giocare a calcio?

«Innanzitutto non andavo bene a scuola. E poi ho sempre avuto una grandissima passione per il calcio. Giocavo per strada ogni giorno a Chiusano, il mio paese. Papà aveva un bar, era molto conosciuto in paese. Anche io divenni famoso già da piccolo: avevo la capacità di rompere sempre vetri e finestre giocando a pallone con gli amici.»

Perché il soprannome Rambo?

«Avellino mi ha dato questo soprannome. Al Partenio, anche quando non ce n’era bisogno, bagnavano sempre il campo. Si creava molto fango. Mi sporcavo sempre lottando e mi tenevo sempre stretto la mia maglia, onorandola fino a fine partita. Da giovane somigliavo anche un po’ a Rambo, i miei capelli ricordavano a tutti quelli del veterano della guerra del Vietnam. Per me, ogni partita era una battaglia da vincere.»

C’è stato un avvenimento nella tua vita che ha segnato la svolta?

«Sì. Il terremoto del 1980. A 15 anni fui chiamato dai Carabinieri che mi chiesero di aiutare a scavare le macerie. Andai a San Mango, uno dei paesi con più vittime. Quell’esperienza mi fece crescere tantissimo. Dal terremoto ne uscii più forte. Avevo una gran voglia di fare.»

Nel 1982 sei andato a giocare in prestito al Rimini di Sacchi in serie C1. Quella fu la tua prima volta nel calcio dei grandi. Cosa ricordi di quell’esperienza e di mister Sacchi?

«Prima di passare al Rimini, andai a giocare con la Mirgia di Mercogliano. Poi a 16 anni mi prese la primavera dell’Avellino. Il presidente Sibilia venne a parlare con mio padre e lo convinse a farmi giocare con la mia squadra del cuore, l’Avellino.

La società mi mandò successivamente in prestito al Rimini di Sacchi. I suoi schemi li ricordo ancora, rimarrà per sempre il mio più grande insegnante.

Sacchi per me non era un semplice allenatore, era un maestro molto tosto.

Ricordo che spesso andava ad Amsterdam per seguire gli allenamenti dell’Ajax. Cercava di trasmettere la sua concezione di calcio a tutti noi. In ogni modo.

Era molto duro. Spesso mi sgridava perché pretendeva che leggessi un libro. Ma io preferivo Diabolik.»

Dopo il Rimini sei ritornato a casa. Cosa mi racconti del tuo esordio in serie A?

«I miei 3 anni ad Avellino sono stati indimenticabili. Ogni partita era per me un esordio. Scesi per la prima volta in campo in Serie A a Roma. Perdemmo 3-2, fu una grande partita. Marcavo Toninho Cerezo. Perdemmo ma fu una vera battaglia.

Fui molto fortunato ad essere allenato da mister Bianchi. Lui puntava molto sui giovani a differenza del suo predecessore, Veneranda, che preferiva mettere in campo l’esperienza e non mi prendeva mai in considerazione. Bianchi mi fece subito esordire in serie A. Fu un'emozione indescrivibile. E’ inspiegabile cosa prova un avellinese nel momento in cui indossa la maglia della propria città rappresentandola in Serie A.»

Cosa ricordi del presidente Sibilia?

«Sibilia è stato un personaggio straordinario. Una persona che ha voluto veramente bene ad Avellino. Si faceva rispettare. Con un solo sguardo Sibilia era in grado di far capire quello che pretendeva. E’ stato molto importante per me, mi ha scoperto lui come calciatore. Urlava molto con gli atleti, ci prendeva da parte e si sfogava con ognuno, personalmente.»

Quali differenze trovi tra il tuo calcio e quello moderno?

«Il calcio di oggi è completamente diverso da quello che giocavo io. Ci sono molte più partite rispetto a prima prima, soprattutto per accontentare gli sponsor. Basti pensare alla super coppa italiana che non si gioca più in Italia ma all’estero. Nel calcio di oggi ci sono più soldi. I calciatori lavorano molto anche per perfezionare il proprio fisico

Come ti sentivi quando scendevi in campo al Partenio?

«Del Partenio non dimenticherò mai la canzone dei Beatles (ndr. Yellow Submarine) prima di ogni partita. Vincere ad Avellino era molto difficile per gli avversari. C’era la “Legge del Partenio" ad accompagnarci ogni volta in casa. Le grandi squadre non ci hanno quasi mai battuti, ogni tanto però riusciva a vincere l’Inter.>>

Dall’Avellino al Napoli. I primi trofei vinti con il tuo amico Maradona. Che emozioni hai provato quando hai vinto due scudetti con il Napoli da protagonista?

«Scelsi il Napoli perché era più vicino a casa. Mi volevano la Juventus, la Sampdoria di Vialli e Mancini e l’Inter.

Il Napoli era ed è ancora oggi una grande squadra, spero che un giorno riesca a vincere lo scudetto, la gente di Napoli lo merita davvero.

I tifosi di Napoli ed Avellino ci seguivano ovunque, non giocavamo mai fuori casa.

Vincere i miei primi due scudetti lì è stata una gioia immensa. Ricordo che quando vincemmo il primo, uscimmo con l’elicottero dallo stadio. C’era una confusione indescrivibile, tutti i tifosi erano in estasi. Vincere scudetti a Napoli è stato difficile ma allo stesso tempo gratificante.»

Che ricordo hai di Maradona?

«Ho giocato con Diego per 6 anni. E’ una persona buona, umile. Purtroppo ha sbagliato ma poi si è ripreso molto bene. Penso che doveva dare più esempio ai giovani. Ma non fa nulla, è fortissimo. Era bellissimo vederlo in allenamento. Quando aveva la testa libera, senza la pressione della partita, era ancora più forte. Alla fine degli allenamenti voleva che due giocatori si mettessero alla sua destra ed alla sua sinistra per fargli dei cross. E’ eccezionale. Una grande persona oltre che un grande calciatore.

Ogni volta che la squadra andava male e non portava risultati positivi, Diego organizzava cene con le nostre famiglie e spesso poi tornavamo a vincere. Ci incitava come solo lui sapeva fare.»

Con il Napoli hai vinto anche la coppa Uefa nel 1989. Cosa mi racconti delle partite nelle coppe europee?

«Della Coppa Uefa io ed i tifosi del Napoli, ricordiamo sicuramente l’autorete in finale contro lo Stoccarda. Ricordo con molto piacere anche la semifinale contro il Bayern Monaco. In casa loro Maradona e Careca furono omaggiati con un applauso immenso. I tifosi tedeschi sono molto duri ma quella volta si sciolsero completamente di fronte a quei due campioni.

Della Coppa Campioni, sempre con il Napoli, ricordo le bellissime partite contro il Real Madrid. Il match d’andata si giocò a porte chiuse, si sentivano solo i giornalisti ed era molto fastidioso. Al ritorno, in casa al San Paolo finì 1-1. Un’emozione unica. C’era tutta la città a sostenerci.»

La delusione più grande da calciatore?

«I Mondiali del 1990 furono la più grande delusione della mia carriera. Avevamo una squadra fortissima. Dovevamo vincere ma siamo usciti in semifinale contro l’Argentina del mio amico Diego.»

Che gioia hai provato quando hai segnato il tuo primo gol in serie A?

«Una gioia infinita. Segnai il mio primo gol contro l’Ascoli con la maglia dell’Avellino. Colpo di testa su calcio d’angolo battuto da Ramòn Diaz

Dopo il Napoli c’è stato il Milan. Hai vinto altri due scudetti e una Champions League. Quali sono invece i tuoi ricordi con i rossoneri?

«Appena arrivai al Milan mi feci male al ginocchio. Rimasi fermo per molto tempo per un problema alla cartilagine. Van Basten aveva il mio stesso problema, ma alla caviglia. Eravamo sempre insieme a recuperare dall’infortunio ma non sono mai riuscito a tornare al cento per cento.

Mi vollero al Milan Berlusconi e Capello. Non dimenticherò mai la finale di Champions contro il Barcellona ad Atene. Purtroppo, per i problemi al ginocchio la guardai dalla panchina. Quando non vinci una cosa da protagonista la senti meno tua.»

Hai vinto molti trofei in carriera e anche importanti. Quali erano i premi che la società dava ai giocatori?

«Le società ci facevano molti regali. Dagli orologi con la raffigurazione dello scudetto alla versione personale della coppa in miniatura. Ricevevo anche molti premi partita. Quando vincemmo la Champions con il Milan, il presidente ci regalò un Rolex. Ma i miei tre anni all’Avellino furono fondamentali. Rimanere in serie A per tre anni è come vincere tre scudetti. E’ difficile giocare nella tua città, devi dare sempre qualcosa in più.»

Quando hai provato l’emozione più grande da calciatore?

«Il momento più bello fu la convocazione per i Mondiali in Messico nel 1986. E’ una soddisfazione immensa essere l’unico calciatore nella storia dell’Avellino ad essere convocato per una Coppa del Mondo.»

Cosa mi racconti della tua esperienza in Nazionale?

«Con l’Italia ho partecipato a due Mondiali: in Messico (uscimmo agli ottavi) ed in casa nel ’90 (fuori contro l’Argentina). Giocai anche un Europeo in Germania, nel 1988. Lì c’erano molti italiani e ci supportavano tutte le volte che scendevamo in campo.

Per un irpino, giocare in Nazionale è un traguardo importantissimo. Ho visto da vicino la vittoria della Coppa del Mondo ma purtroppo non siamo riusciti ad afferrarla.»

Qual è stata la partita più bella con l’Avellino?

«Sicuramente contro la Juventus. Marcavo Boniek, uno che si fermava solo se veniva sparato (forse). Correva come un dannato. Presi un 9 in pagella, feci una grande partita. La preparai molto bene.»

Qual è stata la partita più bella con la Nazionale?

«La partita di inaugurazione dei mondiali del 1982 contro la Bulgaria. C’erano 120mila spettatori. Un'emozione speciale.»

Come gestivi la tua vita da calciatore?

«Per essere professionisti ci vogliono grandi sacrifici. Ho fatto sempre una vita moderata, senza discoteche o divertimenti. Non sapevo cosa fossero i week-end degli altri giovani. Per un calciatore è fondamentale mangiare bene. Ci vuole molta fortuna. Ed io ne ho avuta. Se sei un calciatore serio, la fortuna viene da sola. Non c’è bisogno di andarla a cercare.»

Ora che lavoro fai?

«Prima avevo un’enoteca, aperta insieme ad un mio socio sommelier. Ho continuato a lavorare nel mondo del calcio facendo il team manager della Reggiana ma poi la società è fallita ed ho deciso di lasciare il calcio.

Prevalentemente mi dedico a mia figlia. Seguo molto la tv, mi piace guardare documentari e film.»

Segui ancora l’Avellino?

«L’Avellino è la squadra del mio cuore. La seguo ogni sabato. Mi auguro che faccia bene per la gioia dei tifosi. Meritano davvero grandi palcoscenici. I tifosi dell’Avellino sono ovunque. Sono sempre pronti a sostenere la squadra anche nei momenti più bui. E’ fondamentale che ritorni la “Legge del Partenio", così da intimorire agli avversari».

Giuseppe Forino

(Studente del Vivaio di Ottopagine, il corso di giornalismo multimediale organizzato nell'ambito dell'iniziativa scuola lavoro).