ESCLUSIVA | Marc Wilmots a tutto campo a 696 TV Otto Channel

Intervista alla leggenda del calcio belga al seguito del figlio Reno, neo-acquisto dell'Avellino

Avellino.  

di Marco Festa

Marc Wilmots, leggenda del calcio mondiale ed ex c.t. di Belgio e Costa d'Avorio, si è raccontato in esclusiva a 696 Ottochannel TV: dall'arrivo di suo figlio Reno tra le fila dell'U.S. Avellino, passando per il campionato italiano con le idee chiare sul duello scudetto tra la Juventus ed il Napoli del "suo" Mertens, fino ad arrivare alle parentesi sulla nazionale belga, l'Italia fuori dai mondiali ed ai ricordi di una carriera indimenticabile.

Clicca qui per vedere l'intervista integrale di Marc Wilmots (video tratto da OttoChannel.tv)

Wilmots, da pochi giorni è iniziata l'avventura di suo figlio Reno con la maglia dell'Avellino. Nel corso della conferenza stampa di presentazione suo figlio ha detto: “È stato mio padre a spingermi verso questa esperienza”. Cosa l'ha indotta a suggerire a suo figlio di accettare l'offerta dell'Avellino?

«Innanzitutto il fatto che abbiamo vissuto all'estero, anche Reno. Dunque mi ha convinto il fatto che si trattasse di un'esperienza fuori dai confini di casa. Reno aspirava ad uscire, ha vent'anni, ed io l'ho incoraggiato: imparerà una nuova lingua. Parla inglese, francese, olandese ed ora imparerà l'italiano: è una grande esperienza e l'Avellino era in cerca di qualcuno che avesse le sue caratteristiche.»

Reno porta sulle spalle un cognome pesantissimo. Quale sarà il segreto per emergere come Reno Wilmots e imporsi all'attenzione non più semplicemente come il figlio di Marc?

«I figli delle persone famose hanno spesso un cammino difficile, ma adesso è Reno che deve fare la sua strada. Marc Wilmots la sua carriera da calciatore l'ha ormai conclusa da tempo. Il segreto per scrollarsi di dosso questa che può essere vissuta come una eredità ingombrante, e lo dico sempre ai miei figli, è divertirsi facendo il massimo. Fare sport e farlo bene. Anche se si tratta di professionismo non bisogna mai dimenticarsi l'aspetto ludico. Quando non si ha più piacere di farlo, bisogna fermarsi.»

Giocare sempre per la squadra” il consiglio che Reno ha ammesso di aver ricevuto da lei sin dai suoi primi passi da calciatore...

«Ho allenato i miei figli per quattro anni. Penso che per avere una buona squadra c'è bisogno di un buon collettivo. Il calciatore che gioca per se stesso, in modo eccessivamente individuale e/o individualistico, è destinato a fallire. Questa è sempre stata la mia filosofia.»

Quando ha capito che suo figlio avrebbe fatto, come lei, il calciatore? In cosa si rivede e riconosce in Reno?

«Quando vedi la qualità tecnica, quando vedi la forza fisica, ma soprattutto quando c'è il "motore" che ne attesta l'idoneità fisica. E sia Marten che Reno hanno un motore potente, ovvero un cuore che gli consente di fare sport ad altissimi livelli. Se a questo aggiungi la testa, la tecnica ed il talento... Ho subito capito che sarebbero potuti diventare calciatori.»

Al “Partenio-Lombardi” mi ha confessato: mi abbonerò alla pay-tv per seguire tutte le partite dell'Avellino. Che idea si è fatto sul potenziale di questa squadra avendo avuto modo di assistere già a un bel po' di allenamenti?

«Seguirò le gare da tifoso, non sono in grado di dare consigli all'allenatore poiché non conosco il livello della Serie B, la seguirò in questi sei mesi e mi farò un giudizio in merito. Mi è però piaciuto il sistema di gioco che adotta Novellino; la fase offensiva, quella difensiva, il posizionamento dei calciatori sul perimetro di gioco.»

Thomas Mayaka, procuratore di suo figlio Reno, ha già portato all'Avellino calciatori che hanno spiccato il volo verso la Serie A: Samuel Bastien e Stephane Omeonga. Pensa che Reno possa ripercorrere le loro orme?

«Reno resta ad Avellino un anno e mezzo e poi, forse, altri due. Tutta l'attenzione è focalizzata sull'Avellino. Deve fare il meglio per il club: se gioca bene, il club ne beneficia, il calciatore può salire di categoria, tutti possono trarne vantaggio. Ma siamo ancora lontani. Facciamolo giocare, poi si vedrà.» 

In rosa, nell'Avellino, ci sono anche Pierre Yves-Ngawa e Soufiane Bidaoui, belga-marocchino. Nel parco giocatori. L'asse Belgio – Avellino è ormai una solida realtà. Quanto possono essere importanti per favorire l'ambientamento di Reno in Italia?

«Ho detto a mio figlio che nonostante la presenza di connazionali che si esprimono nella stessa lingua, nello spogliatoio deve sforzarsi di esprimersi in italiano. Niente francese, niente fiammingo. È fondamentale per inserirsi in città e in squadra, nonché per la cultura. Quando giocavo nello Schalke c'erano quattro calciatori di nazionalità belga e poi dodici di altre diverse nazionalità, ma nello spogliatoio esisteva una solo lingua: il tedesco. È fondamentale che l'approccio sia questo. Riguardo all'asse Avellino – Belgio, credo che i risultati della nazionale belga negli ultimi anni abbiano consentito a molti dei nostri calciatori di partire, vale per Avellino, ma in generale molti dei nostri calciatori che vogliono andare all'estero riescono e si adattano bene, hanno qualità. Diminuisce costantemente la quota dei sudamericani e cresce quella belga.»

Tralasciamo il campo. Lei è un padre molto presente, siete una famiglia molto unita, siete stati al fianco di Reno in questi primi giorni ad Avellino. Quali sono le emozioni che sta provando nel vedere suo figlio ormai pronto alla sua prima avventura lontano da casa? E suo figlio Marten, che di anni ne ha 18, fa il trequartista. Vedremo presto anche lui in Italia?

«Io ho i miei sogni, poi ascolto i ragazzi e quel che vogliono fare. So che Marten ha avuto dei contatti col Torino in passato ed è disponibile a fare un'esperienza all'estero. Dunque stiamo "scoprendo” l'Italia: io la amo molto, mi piace la montagna, il cibo. Poi vedremo un passo alla volta: Reno ha 20 anni, Marten 18. La famiglia è molto unita: se i ragazzi trovano la loro strada qui, potremmo trasferirci tutti in Italia. Quel che mi interessa e mi preme è il progetto sportivo.»

L'ho inseguita lungo Corso Vittorio Emanuele, ad Avellino, dopo un incontro con il presidente Taccone. Che idea si è fatto della città di Avellino in cui ha trascorso ormai già tanti giorni?

«Mi piace molo Avellino, ha tutto ciò che serve: è tranquilla, ha bei negozi, ottimo cibo. Per certi versi mi ricorda Bordeaux, dove ho vissuto. E ho trovato i suoi abitanti solari, sorridenti, anche se parlano troppo velocemente, per me è un po' difficile capirli.»

Il suo pensiero sul presidente Taccone e sul club.

«Ho incontrato il presidente Taccone solo un'ora e mi è sembrato un passionale: ama Avellino, questo traspare. L'Avellino è lui. Al di là delle decisioni, lui è il suo club. Ho conosciuto suo figlio Fabio che è medico a Bruxelles e avevamo parlato un pò di Avellino: la società è molto "famiglia" e mi piace molto.» 

Ad Avellino tifoseria calda, passionale e trascorsi importanti con dieci anni di fila in Serie A. Ha ricordi quell'Avellino in Serie A?

«Non ne ho ricordi perché non ho giocato in Italia: ho guardato la storia del club, però, ovviamente.Dei tifosi ho visto delle immagini in internet. Ma sai il mondo del calcio è strano, finché vinci è tutto magnifico, se perdi vorrebbero ucciderti. È così ovunque, è il gioco. L'auspicio è quello che l'Avellino ritorni in Serie A, anche se è difficile perché il gap tra A e B è enorme. Anche il Benevento, ad esempio, è stato promosso ma è ultimo. È difficile per chi sale di categoria mantenere la A, c'è troppa differenza. Tutte le squadre che sono state promosse negli ultimi quattro anni sono retrocesse, c'è ancora da lavorare.» 

Doveroso dare ampio spazio a Reno ma inevitabile approfittare della sua presenza per chiederle un parere sul campionato italiano dove Napoli e Juventus sono ormai proiettate verso un testa a testa per lo scudetto dopo aver staccato le altre dirette concorrenti, tra cui l'Inter, che le evoca il dolce ricordo della Coppa Uefa 96/97 vinta al “Meazza” con lo Shalke 04, proprio grazie al suo rigore decisivo. Secondo lei chi la spunterà alla fine?

«È troppo presto per dirlo. Il Napoli è una squadra che gioca bene, in costante crescita, stabile nei calciatori e nel club, molto costante e con un bel gioco palla a terra. Il campionato è lungo e la Juve è una profonda conoscitrice delle regole del campionato, riesce sempre a portarsi avanti. Ma se dovessi esprimermi in quest'anno direi Napoli. Il mercato di questi giorni è però fondamentale.»

Che ne pensa del Napoli, del suo modo di giocare? Cosa manca per compiere il definitivo salto di qualità a livello nazionale ed internazionale e tramutare il bel gioco in titoli e trofei?

«Non si può dire cosa manca: ci sono fattori che un club mette insieme un po' alla volta. Squadre come il Milan, ad esempio, sanno bene queste cose. Il Napoli ha avuto i fasti del periodo Maradona e poi il nulla: ma la stabilità che sta raggiungendo è formidabile. Al di là del cammino in Champions League, che si gioca su poche gare, un campionato è fatto di 38 partite. È impossibile dire cosa manca: bisogna metterci impegno e avere fortuna per vincere un campionato.» 

E nel Napoli gioca anche un certo Dries Mertens, che lei conosce molto bene: è diventato da tempo uno degli attaccanti più prolifici del campionato italiano. Si aspettava la crescita esponenziale, sotto questo profilo, di Mertens e quanto ritiene sia stato importante Sarri per la sua consacrazione?

«Un plauso all'allenatore va fatto evidentemente. In nazionale giocava 4 contro 4 e aveva un gran fiuto del gol. Nel contempo è un calciatore che lavora tantissimo per la squadra, bravo a gioca su entrambe le fasce, con notevole velocità. Ma il sistema di gioco è fondamentale e qui mi ricollego all'allenatore: non si può chiedere a uno come Martens di stoppare un lancio, ma poiché il gioco del Napoli è fatto di rapidità e palla a terra, si adatta fortemente alle caratteristiche di Dries. E il merito è di Sarri che lo ha lanciato come “falso nove”.»

Hazard, De Bruyne, Lukaku, solo per citare pochi dei tantissimi gioielli che ha avuto modo di allenare in quella che è oggi una delle nazionali più forti del mondo. Fosse una squadra italiana per chi farebbe follie?

«Potrei dire ciascuno dei giocatori che lei ha citato, sono tutti profili diversi tra loro: dipenderebbe dalle necessità del club. In Belgio abbiamo centravanti di classe internazionale e pochi difensori: è un fatto generazionale, bisogna trovare un buon collettivo è fondamentale.»

Belgio vivaio di talenti immensi. Un nome per il futuro, oltre i giocatori già affermati, di cui sentiremo parlare...

«Mi viene in mente Zakaria Bakkali, calciatore ventenne di proprietà del Valencia che milita tra le fila del Deportivo La Coruna.» 

Apriamo una parentesi: non solo calcio, lei si è occupato anche di politica. In Italia tra poco ci sono le elezioni. Cosa pensa della politica italiana?

«Se c'è una cosa che ho imparato nella vita è tacere quando non si conosce un argomento. Non ho mai seguito la politica italiana e non ne posso parlare.»

Dal 2012 al 2016 c.t. del Belgio con cui ha giocato 4 mondiali entrando nella ristretta cerchia dei soli 12 giocatori a detenere questo record. Cosa vuol dire essere una leggenda per il proprio paese?

«Ci vuole molto impegno e lavoro per cogliere l'opportunità di qualificarsi per quattro volte a un mondiale. Per confermarsi nel lungo tempo termine ci vuole sacrifico. È una grande responsabilità ma soprattutto un grande piacere.»

Quale è la partita che non dimenticherà mai delle tantissime che ha giocato tra Belgio, Francia, Germania e in giro per il mondo?

«Dovessi scegliere direi due, la prima è Belgio – Brasile del mondiale 2002 (gli fu annullato un gol regolare che avrebbe portato in vantaggio il Belgio, ndr). Il Belgio mostrò di non avere paura, giocando alto, cercando l'avversario: è una filosofia. Anche da allenatore l'ho fatta mia. L'altra è la finale di Coppa Uefa giocata contro l'Inter.»

Il rimpianto più grande della sua esperienza da commissario tecnico del Belgio?

«Non ho rimpianti, abbiamo fatto due quarti di finale: quarto di finale in Brasile, quarto di finale in Francia, primi nel gruppo di qualificazione due volte. L'unico che ho è da annoverare è alla voce infortuni, tutti registrati nel reparto difensivo.»

Cosa le ha invece lasciato l'esperienza da c.t. della Costa d'Avorio?

«Il solo rimpianto che ho è la mancata qualificazione. per il resto, soprattutto sotto il profilo umano ho compreso molte cose e ho avuto la possibilità di aprirmi a nuove cose: le difficoltà dell'Africa, i campi, il calore, i viaggi che il popolo africano è costretto a compiere quotidianamente. Poi la Costa d'Avorio è una nazionale che ha calciatori che giocano in Europa ed altri che giocano in Africa a kilometri di distanza, anche gestire queste dinamiche è stato interessante.»

Russia 2018 si avvicina. Che effetto le fa non vedere l'Italia tra le qualificate?

«So quanto questo Paese viva di calcio. Tutti conosciamo la storia dell'Italia in relazione alla Coppa del Mondo. E se mi chiedessi l'Italia se si fosse qualificata dove sarebbe arrivata, ti direi almeno al quarto di finale, perché avete profonda conoscenza delle dinamiche del torneo. Non esserci per una volta non è una catastrofe, è stato un incidente: ci siete stati sempre, per sessant'anni, può succedere. Ora bisogna rimboccarsi le maniche e lavorare coi giovani.»

Da leggenda a leggenda: le lacrime di Gigi Buffon.

«Passare a tanto così dal giocare il sesto campionato del mondo... le lacrime ci stanno tutte! Sarebbe stato l'unico calciatore al mondo, è una reazione comprensibile. Ma nella vita ci sono cose più serie: un bambino malato, ad esempio, è una cosa più grave. Questa è carriera sportiva, professionale. Dispiace sicuramente tanto per lui perché è stato uno dei più grandi. sarebbe stata un'apoteosi, purtroppo non è accaduto. Sono stato molto dispiaciuto per Gigi, avrei voluto vederlo in Russia con la sua Italia.»

Dove può arrivare invece il suo Belgio ai prossimi mondiali?

«Finora abbiamo raggiunto i quarti di finale, per me il belgio arriverà tra le prime quattro: semifinale o finale.»

Grazie.

«È stato un piacere.»

Traduzione: Paola Formicola. Si ringrazia il Green Park Hotel di Mercogliano per la gentile accoglienza.