Da Brescia a Brescia: l'Avellino è sempre sulla strada giusta

Il 9 novembre colpaccio al "Rigamonti". Oggi i lupi tornano in Lombardia da realtà consolidata

Avellino.  

Dal 9 novembre 2013 ad oggi ne è passata di acqua sotto i ponti. Ma il tempo, per l'Avellino, in un certo qual senso si è pure fermato. Perché quel glorioso, ultimo, pomeriggio vissuto al "Rigamonti" sino ad arrivare alle ore che precedono la nuova sfida, in programma questa sera, sono legate da un robusto filo conduttore. Che non si è mai spezzato. 

Passato - Un gol per tempo. Galabinov e poi Castaldo. E l'Avellino fece molto più che sfatare un tabù, ovvero quello di violare lo stadio lombardo trent'anni dopo l'ultima volta. Lanciò, soprattutto, un messaggio forte a tutta la serie Cadetta: una sorta di "attenti al lupo" tutt'altro che retorico. Dopo anni di saliscendi, quel colpaccio fu l'ennesimo indizio a comporre la più piacevole delle prove: la storia stava cambiando. Anzi, era cambiata. La squadra che dominava nell'ex Serie C1 previo poi farvi mestamente ritorno nell'arco di un campionato, non c'era più. Aveva lasciato il posto ad un altro Avellino. In cui l'improvvisazione e le delusioni erano ormai il ricordo di un'altra epoca, spazzata via con una rarità da queste parti, ossia grazie ad una programmazione a lungo termine, destinata a dare i suoi frutti. Che l'Avellino continua a raccogliere dopo una semina paziente e sapiente. 

Presente - Anche stasera, allora, non c'è nulla di casuale. Nessun miracolo o santo da divinare se l'Avellino torna a Brescia dopo quel trionfale 9 novembre con la qualificazione ai play off già in tasca. Semplicemente: il lavoro paga. Soprattutto se è lungimirante. Dentro e fuori dal campo. Promozione dalla Lega Pro, salvezza (stra)tranquilla e lotta per la Serie A. Passo dopo passo. Crescita graduale e costante. Senza mai fare il passo più lungo della gamba pur di precorrere i tempi. Sognare è doveroso, ma guai a dimenticarsi di godersi un presente che sembrava pura utopia solo un po' di anni fa.

Futuro - Settimo o ottavo fa differenza. Perché tutto può succedere. E l'Avellino, qualora dovesse arrivare in finale, nel caso in cui fosse proprio l'ottava ad arrivare fino in fondo, giocherebbe l'ultima partita in casa. A Brescia, dunque, sarà vietato accontentarsi. Chiusa la stagione regolare, sarà il momento di andare all'assalto della massima serie. Senza paura. Ma anche senza l'assillo di dover vincere per forza. Per scongiurarlo basta fermarsi un attimo a ricordare da dove arriva questo Avellino. Può essere la vera chiave per avere una marcia in più per tenere vivo il sogno. Questa arma si chiama orgoglio. Per una squadra che non più tardi del 2009 era in Serie D; che ha la capacità di lottare nel suo Dna. Da sempre. E l'ha riscoperta; che ha un pubblico in grado di dare una spinta che non c'è posizione o griglia play off che tenga. Nulla da perdere, tutto da guadagnare. E avanti tutta. Passato, presente e futuro sono pronti a fondersi. E se la A di ieri non tornerà quest'anno, prima o poi lo farà. Perché l'Avellino, in fondo, è da tempo sulla strada giusta.

L'inviato a Brescia, Marco Festa