Se è vero che la bellezza sta negli occhi di chi guarda, è innegabile che sono state più d’una le coppie di bulbi oculari a schizzare quasi fuori dalle orbite nel momento della presentazione ufficiali delle nuove maglie dell’Avellino. Una sensazione di scarso gradimento percepita dal vivo, con più di un mugugno ad accompagnare la prima visione delle nuove divise di gioco; confermata sia nell’imminenza dell’evento, ma soprattutto con il passare delle ore, sui social network, inondati da commenti, dei tifosi biancoverdi, tra l’ironico e il polemico, con rari intermezzi in difesa della scelta. Dal paragone con i colori sociali del Sassuolo, alla critica per le dimensioni del simbolo del main sponsor, che in realtà, come annunciato, cambierà fisionomia da settembre e dovrebbe essere stato semplicemente celebrato con una proporzione più grande di quella che sarà poi presente sul petto nelle gare ufficiali.
E ancora. Non solo critiche cromatiche: a finire nel mirino pure la scelta delle strisce verticali o delle rifiniture. Eppure esistono modelli precedenti palesemente simili a quelli scelti per il prossimo futuro: trenta anni fa, con Detersivi Dyal come sponsor principale, l’Avellino ottenne nel giro di due campionati di Serie A (1986/1987 e 1987/1988) il miglior risultato di sempre nella massima Serie, sfiorando lo spareggio per l’accesso alla Coppa Uefa, e il peggiore, con la retrocessione in Cadetteria dopo dieci anni di fila nel gotha del calcio italiano. Niente. Un amarcord non sufficiente a placare il malcontento della maggior parte dei supporters, con buona pace dello sponsor tecnico Givova, che può però rinfrancarsi perché non furono inferiori i musi storti un anno fa a fronte del successivo, confortante, numero di vendite nel corso di tutta la stagione. Col tempo le nuove maglie diventeranno, magari, così familiari da seppellire l’ondata di malumori, ma intanto questa versione non è piaciuta addirittura all’estero finendo sull’irriverente portale wehateallthepies.tv. Un titolo che è tutto un programma. Che è facile da tradurre, ma che forse è meglio non tradurre. Ecco, per usare un eufemismo, non sceglie un bell’aggettivo per il kit della discordia. Destinato a far discutere ancora. Chissà fino a quando. In fondo, se si rivelasse una maglia portafortuna, un po’ come la terza della scorsa annata agonistica, utilizzata a mo’ di corno rosso nelle partite cruciali in chiave salvezza, è facile pensare che nessuno vorrebbe più che venisse tolta.
Marco Festa
