Questa mattina è venuto a mancare Luigi Valentino, uno dei protagonisti e artefici della crescita della pallacanestro in Irpinia. Giocatore, allenatore, dirigente e uomo di sport, "Gigetto" è stata una delle colonne portanti di quella Scandone che, diversi anni dopo, si ritrova in Serie A a battagliare con le grandi d'Italia. «Giocatore e persona non comune, nata e cresciuta in un basket diverso. Con Gigetto se ne va un pezzo della Scandone che partiva dagli atleti ma finiva con il coinvolgere le famiglie, con il creare un tessuto sociale ampissimo e forte. Perdiamo qualcosa in più di un vecchio atleta. Perdiamo l'anima di quella pallacanestro».
Così lo ricorda Ciro Melillo, altra figura storica della squadra irpina, più volte presidente del sodalizio biancoverde e altra colonna portante della Scandone nel corso di cinque decenni. «Lo ricordo come fosse ora quando, biondissimo, calcava per la prima volta i campi irpini. Ha iniziato a giocare nel 1960, tra la seconda e la terza generazione di atleti della Scandone. Dalle giovanili all'arrivo al basket professionistico, Valentino ha fatto della squadra biancoverde una parte fondamentale della sua vita. Una passione che ha trasmesso a tutta la sua famiglia. Anche negli ultimi anni seguiva la squadra. Lui in tribuna al mio fianco, insieme alla moglie, e il figlio, Vincenzo, in curva. Il segno di cosa ha significato quella maglia per lui».
Melillo è commosso, come diversamente non potrebbe essere, per quanto vissuto al fianco di "Gigetto" in campo e fuori. «Lo chiamavano "freccia bionda" per la sua capacità di correre in contropiede. Oppure "o' lione" per il suo fisico imponente. Rubargli un pallone era praticamente impossibile. Era un'ala piccola che con i suoi movimenti mandava in visibilio i tifosi, dai tempi del campo all'aperto dell'Istituto Tecnico di via De Conciliis fino alla palestra del "Colletta", passando per il Convitto e per palestre che definire "al coperto" risulta quantomeno generoso. L'ho visto crescere ed è stato più di un amico. Una persona di famiglia, con la quale ho condiviso gran parte della mia vita. Dall'incontro con quella che sarebbe poi diventata sua moglie al suo lavoro alla "Clinica Malzoni". Ricordo che quando avevamo qualche giocatore infortunato, approfittavamo dell'amicizia con Gigetto e con il professor Cillo per farlo visitare in tempi brevi. Era un persona responsabile e altruista ed è sempre stato vicino alla Scandone. Ha avuto un amore viscerale per questi colori ed è anche grazie a lui che si è creato quello zoccolo duro che, nel bene e nel male, ha sempre seguito la squadra. Gli dobbiamo davvero tanto».
Alessio Bonazzi
