La sconfitta contro Cantù, arrivata al termine di un match che ha visto la Sidigas, come nella maggior parte dei copioni andati in scena quest’anno, partire forte e poi sciogliersi nei momenti importanti del match, ha segnato un solco amaro non soltanto nella storia di questa stagione. Nonostante il raggiungimento delle Final Eight, la Scandone ha fallito il primo obiettivo stagionale, quello probabilmente più importante anche sul medio e lungo termine. La squadra biancoverde doveva recuperare un legame con la piazza andatosi sfilacciando nel corso della scorsa stagione. La missione è, in questo momento, fallita miseramente. Al di là degli aspetti tecnici, dell’aggiunta o meno di uno o più tasselli al roster, dell’esonero o meno di coach Vitucci, scelte che potrebbero servire ma che, in questo momento, potrebbero risultare inutili, appare netto come la sconfitta contro Cantù abbia lacerato l’unità tra ambiente e squadra. Lo striscione della curva avellinese nel quale si chiedevano le dimissioni di coach Vitucci è stato solo un sintomo di qualcosa che è ben più profondo. Si è creato un netto distacco tra la piazza e la Scandone. Una separazione coltivatasi nel tempo. Da un paio di anni a questa parte, le squadre che sono scese sul parquet hanno permesso in ben pochi casi ai tifosi, agli appassionati, agli avellinesi, di potersi riconoscere in quegli uomini che indossavano la divisa biancoverde. Né di poter riconoscere quello spirito battagliero che è sempre stato una caratteristica degli irpini. Neanche nell’anno della retrocessione, cancellata poi dal ripescaggio per il fallimento di Roseto, la tensione aveva raggiunto livelli così alti e le fratture erano sembrate così nette ed evidenti. Nessun discorso romantico e nessun “si stava meglio quando si stava peggio”, che sia chiaro. I risultati in campo, alla fine, rimangono un fatto iscrivibile ad una stagione, a meno di un anno. La sconfitta più pesante della Scandone nell’ultimo mese è stata quella di perdere la fiducia e l’unità della piazza. Un fattore che rimane, al contrario dei risultati, su una scala temporale più ampia. La missione della Sidigas, a questo punto della stagione, deve essere quella di ricompattare l’ambiente. E la medicina in questo senso non può che essere una squadra dall’atteggiamento meno rinunciatario. Non tutti, anzi pochi, sono disposti nel roster biancoverde a sbucciarsi le ginocchia, pochi danno il cento per cento in campo. Coach Vitucci paga l’atteggiamento dei suoi, le cinque sconfitte di fila e un campionato che sembra, almeno nella parte negativa, quello della scorsa stagione, nonostante i paragoni lascino il tempo che trovano. Anzi, quest’anno i meccanismi biancoverdi si sono inceppati di colpo e senza preavviso. In un mese l’allenatore veneziano non ha risolto il “problema interno”, così come lo ha definito l’a.d. della Sidigas De Cesare nel post Cantù. O meglio, non ha saputo somministrare le medicine giuste al malato, a prescindere dalla voglia dello stesso di guarire. Il clima è pesante, come diversamente non potrebbe essere dopo cinque sconfitte consecutive. Domenica a Pesaro è d’obbligo il successo per non cominciare a parlare di salvezza e cominciare a cancellare quel disinnamoramento fra ambiente e squadra che, nel post Cantù, ha avuto ampio sfogo.
Alessio Bonazzi
