Sidigas, Lisicky: "Il segreto per vincere? Essere un gruppo"

La guardia che vinse con la Scandone le Final Eight ricorda il 2008 e parla del presente

Avellino.  

Scottsdale, Arizona. A metà strada tra Phoenix e il deserto. Se vedeste un uomo di 192 centimetri, vestito come un consulente finanziario, anche perché è questo il suo lavoro, probabilmente non lo notereste. Se qualche minuto più tardi, magari in una palestra, quell'uomo svestiste i panni del consulente finanziario per indossare quelli di giocatore e cominciasse a metterla con una certa costanza da oltre l'arco, probabilmente lo riconoscereste in pochi attimi. Peter Lisicky, 39 anni a marzo, si è ritirato nel 2009, dopo l'esperienza di Avellino, ed ora gioca a pallacanestro soltanto con gli amici, magari con Travis Best, conosciuto proprio in Irpinia, quando passa a trovarlo. Sette anni fa, invece, "Pietro" era su quel podio, a Bologna, ad alzare la Coppa insieme a quella squadra rimasta nel cuore e nella mente degli appassionati non solo avellinesi. Una squadra che qualunque tifoso biancoverde potrebbe recitare come un rosario. Ed allora lo fa anche lo stesso Lisicky «Da Marquees (Green) a Daniele (Cavaliero), passando per Devin (Smith), Alex (Righetti), Eric (Williams), Matteo (Boniciolli), Tonino (Zorzi), Gianluca (De Gennaro)» perché la guardia da Penn State li chiama per nome, non dimenticando nessuno, segno di un legame che andava ben oltre gli allenamenti e le partite «i giovani Andrea (Iannicelli), Francesco (Cerullo), Pasquale (Paolisso), e gli esperti Nikola (Radulovic) e Sylvere (Bryan), tutti andavamo nella stessa direzione. Questo era il nostro segreto. Eravamo eccitati perché sapevamo di poter battere chiunque. Un fattore che, unito all'entusiasmo, è impensabile poter creare in palestra o a tavolino. Un sentimento genuino che non si può riprodurre artificialmente. Sapevamo a memoria le canzoni dei tifosi che erano sempre con noi ed eravamo un gruppo che dal primo all'ultimo non conosceva differenze. Una formula che richiede tempo, il giusto mix di personalità, tanto lavoro e la giusta dose di fortuna». Oggi per la Scandone inizia la sesta Final Eight della sua storia. Lisicky ne ha giocate due, vincendone come detto una, e può dare qualche consiglio alla Avellino del presente: «Giocare al massimo, cercando di uscire dal periodo difficile con la forza di chi ha capito i propri errori ed ha imparato qualcosa anche dalle sconfitte, pensando ad una partita alla volta. Quello che davvero può fare la differenza, nelle Final Eight ma più in generale nel basket, è prima di tutto l'accettazione di ogni ruolo individuale e l'accordo sugli obiettivi da perseguire e raggiungere. Ogni volta che arrivano delle partite perse ci deve essere anche un lato positivo. L'anno in cui vincemmo partimmo con una serie di sconfitte, ma poi cominciammo ad avvertire fiducia, che poi divenne contagiosa. La Coppa Italia è una sfida anche fisica. Affronti tre partite in un week-end e può accadere di tutto. Puoi trovarti fuori dai giochi o in finale senza quasi accorgertene. Noi ci arrivammo nel momento giusto». Una stagione speciale quella del 2008. La Scandone ci riproverà sette anni più tardi, con un superstite di quella squadra: Cavaliero. «Daniele è una grande persona, spero che in questi anni abbia dato un'accorciata ai capelli» scherza Lisicky «Ci credevamo. Davvero, quella squadra credeva, sentiva di poter vincere la Coppa Italia e lo fece. Nulla di indotto, era una sensazione naturale. E non fu una questione di un singolo individuo. Ogni persona ci credeva e mise il proprio tassello affinché si arrivasse a quel traguardo». E la Sidigas deve crederci, nonostante il periodo difficile. Sapendo che a fare il tifo per i biancoverdi ci sarà anche Peter "Pietro" Lisicky, da Scottsdale, Arizona.

Alessio Bonazzi