Il diavolo veste Pane, il nuovo film dei leccesi

Polemiche in Puglia per le due giornate di squalifica al portiere sannita

Benevento.  

Lecce impreca e attacca il Giudice Sportivo. Cinque giornate a quell’angioletto di Moscardelli, appena due a Pane che ha “preso a pugni e calci” Embalo. Siamo alle solite. Difficile, anzi impossibile, che si guardi con animo sereno alle proprie malefatte, senza puntare il dito su quello che fanno gli altri. E meno male che le immagini di Sportube sono accessibili a tutti. Pane sbaglia a provare a sollevare da terra Embalo, che reagisce cercando di divincolarsi. Poi il portiere giallorosso sbaglia ancora di più quando, dopo averlo depositato sull’erba, gli rifila un calcetto di frustrazione che per la verità non avrebbe procurato danni neanche al nipote di quattro anni dell’attaccante guineano. Insomma due giornate ci sembrano la giusta punizione per il portiere di Monteruscello, che per chi lo conosce bene è risaputo che non farebbe del male ad una mosca. Diversa la situazione di Moscardelli, che dopo aver colpito (o magari no, ma l’arbitro dice di sì) con una gomitata un avversario, ha vomitato addosso all’arbitro una serie incredibili di insulti ed ha anche gettato con disprezzo la maglia a terra. La reazione dei leccesi sembra spropositata, quella di Stefano Salvi, mezzala dei salentini, su Facebook addirittura da censura. Se Moscardelli si era lasciato andare su Twitter tacciando di incompetenza l’arbitro di Catanzaro-Lecce, Salvi si è sfogato col Giudice Sportivo con un linguaggio piuttosto volgare. Evidentemente né l’uno né l’altro devono aver letto della sentenza che ha colpito Cacia del Bologna, squalificato per aver insultato su WhatsApp l’agente Fiorini. I tempi cambiano, i calciatori non devono dare conto solo di quanto fanno in campo, ma anche di ciò che scrivono sui social. La sentenza del Tribunale Federale Nazionale della Figc che squalifica Cacia può diventare uno spartiacque nel mondo della giustizia sportiva, prima e dopo i “social”. Attenti a sfogarsi come se si fosse al bar.

Franco Santo