“Capitano non giocatore”. Un modo di dire che mutuiamo spesso dal tennis per un ruolo che in questo momento si addice perfettamente a Fabio Lucioni. Lo ha fatto per tre lunghi mesi, senza mancare ad un allenamento, senza mai apparire ingombrante, ma facendo sentire al gruppo sempre la sua presenza. Certo, in campo è tutta un’altra cosa. E il Benevento se n’è accorto quando è rientrato: tre partite, una persa immeritatamente al 93’, altre due vinte. Fabio è in ritiro ad Acaya insieme ai compagni, è certamente il momento più difficile della sua carriera che sta conoscendo i maggiori tormenti proprio al suo culmine. Un paradosso, così come lo è la sentenza di primo grado dei giudici dell’Antidoping. Condannato perché questo è lo “schema” ormai abusato delle sentenze per doping.
GIUSTIZIA MECCANICA. Una giustizia meccanica, che non tiene conto del lato umano delle vicende. In attesa delle motivazioni, che arriveranno con la lentezza tipica della Giustizia (!) italiana, ricordiamo quelle del deferimento che non saranno certo molto differenti. Già in quella sede i giudici avevano accertato che non ci fosse “alcun tentativo di imbroglio” da parte di Lucioni. Era stata anche accertata la credibilità dell’atleta in ordine ai tempi e alle modalità di assunzione dello spray (una sola volta al termine di un allenamento svoltosi tre giorni prima della gara col Torino). E’ lì che scatta lo schema matematico, il timore che la Wada (l’organismo internazionale) possa intervenire per annullare una sentenza troppo lieve, perché loro, quelli della Wada appunto, sono diventati quelli della Santa Inquisizione dopo che il mondo intero dello sport ha fatto cose inenarrabili in tema di doping.
LO SCANDALO RUSSO. L’ultimo esempio è dato dal “doping di Stato” della Russia, non ammessa come nazione alle Olimpiadi invernali in Corea del Sud, ma con la possibilità di far arrivare atleti singoli che comprovino la loro estraneità (!) alle pratiche del Ministero russo dello sport. Il Cio ha deciso anche di escludere il ministro dello sport russo, Vitaly Mutko dall’organizzazione di tutte le future Olimpiadi. Peccato che lo stesso Mutko sia a capo dell’organizzazione dei Mondiali di calcio che si terranno in Russia quest’anno. Ahi Cio…
IL METODO. L’anno di squalifica per Lucioni parte dalla pena massina di 4 anni prevista per questi casi, ridotta a due per “mancanza di intenzionalità”, e poi ad uno per non aver agito “con colpa o negligenza significativa”. Un anno per essere innocente, verrebbe di dire. Che tipo di giustizia è mai questa che condanna un soggetto dopo aver appurato che non c’è stata intenzionalità. E neanche colpa. E neanche negligenza significativa. Ma uno così non è forse innocente?
CALCIATORI O MEDICI? La richiesta di un anno di squalifica arrivò per questa motivazione: “L’atleta avrebbe dovuto chiedere al medico specifiche informazioni sul farmaco. Se così avesse fatto prima della somministrazione, egli avrebbe appreso il nome del prodotto e con un semplice controllo online avrebbe scoperto la natura dopante”. Ma ve l’immaginate un giocatore che chiede al suo medico di leggere prima il foglietto illustrativo, rendersi conto di componenti e principi attivi, poi prendere il computer, controllare su Wikipedia e allertare lo stesso medico che nel frattempo lo sta curando. E come dire non facciamo più entrare i medici in campo quando un giocatore si infortuna: si rischia la carriera! Consigliamo ai giocatori di iscriversi a medicina se possono accedere all’Università, o magari di fare un corso accelerato di farmacia. Ma, andiamo! Vi sembra il modo di giudicare questo? O solo il modo di lavarsi le mani davanti ad un caso di presunto doping, affidandosi alle carte già scritte, quasi come fosse un mero calcolo matematico, senza neanche tentare di interpretarlo. No, questa non è giustizia.
Franco Santo
