Benevento-Catania è stata una sfida di sentimenti scossi, nella quale ogni suo aspetto ha avuto un valore inestimabile. E' valsa tanto la prodezza di Lamesta che ha disinnescato subito lo svantaggio di Lunetta, è stata impagabile la resilienza della squadra che ha sofferto e non si è mai arresa, ma è stata addirittura prodigiosa la rete di Guglielmo Mignani, cercata, voluta, pretesa da un gruppo che è andato oltre i suoi limiti e non si è accontentato di un pareggio che pure sarebbe stato bene accetto e che avrebbe confermato un vantaggio cospicuo sui rivali siciliani.
Verrebbe di dire che il Benevento l'ha vinta quando il Catania ha provato a snaturarsi. Gli etnei non sono abituati ad attaccare a testa bassa, a esagerare con le punte nel settore avanzato e quando Toscano ha “dovuto” schierare in campo tutti insieme Caturano, Bruzzaniti, Lunetta e D'Ausilio, rinunciando al migliore difensore fino a quel momento (Pieraccini), sono usciti fuori tutti i limiti di una squadra nata per coltivare equilibri troppo rigidi.
Proprio nel giorno in cui il giudizio più semplice da trinciare può sembrare quello di una sentenza di superiorità da parte del Catania, a noi va di andare controcorrente.
Ha vinto la squadra che ha saputo soffrire di più senza però mai snaturarsi. Guardatevi fino alla noia l'azione del gol della vittoria: il lungo lancio di Vannucchi, la finezza di Ceresoli che lascia sul posto Casasola, il passaggio a Salvemini, la conclusione di prima che Dini respinge, il nuovo tiro di Maita, la nuova respinta di Dini in una sorta di tiro al bersaglio, fino alla botta finale di Mignani. Ecco come ci si comporta quando si desidera ardentemente una cosa. Al di là delle qualità tecniche, questa squadra ha ancora una volta confermato di avere un'anima sublime, forgiata nell'acciaio, che non ci sta mai a perdere e ha una voglia matta di vincere. Sempre.
