Venerdì la panchina, domani chissà. La stagione di Kevin De Bruyne al Napoli continua a muoversi su una linea irregolare, fatta di aspettative altissime, qualche lampo da fuoriclasse e troppe zone d’ombra. L’acquisto simbolo dell’estate, quello che avrebbe dovuto spostare gli equilibri, è diventato invece un caso tecnico su cui si concentrano le riflessioni di staff e dirigenza.
La gara contro la Lazio ha rappresentato forse il punto più basso: prestazione negativa, come del resto quella dell’intera squadra, e sostituzione all’intervallo decisa da Antonio Conte. Un segnale chiaro, più che una bocciatura definitiva, ma sufficiente per alimentare i dubbi anche in vista del prossimo impegno contro la Cremonese, dove il belga potrebbe partire ancora dalla panchina.
Il nodo non è solo fisico, anche se l’infortunio ha inciso e non poco sul rendimento. È soprattutto tattico. Inserire un giocatore del genere in un sistema già strutturato si è rivelato più complesso del previsto: De Bruyne ha faticato a trovare continuità e centralità, oscillando tra giocate di altissimo livello e lunghi tratti di anonimato.
Eppure, proprio quei lampi — assist impossibili, visione di gioco superiore, qualità pura — ricordano perché il Napoli abbia deciso di puntare su di lui. Il problema, semmai, è la discontinuità. Da un fuoriclasse del suo calibro ci si aspetta un impatto costante, non a corrente alternata.
Sul tavolo c’è anche una valutazione economica: l’ingaggio pesante impone riflessioni che vanno oltre il campo. Vale la pena insistere su un progetto che finora non ha reso secondo le attese? Oppure si tratta di un investimento da proteggere, aspettando che condizioni fisiche e contesto tattico si allineino?
Dal Belgio, intanto, filtrano certezze: nessuna intenzione di lasciare Napoli. L’idea, semmai, è quella di rilanciarsi, magari già nel finale di stagione, con l’obiettivo di tornare protagonista e guidare la squadra verso quella qualificazione in Champions League che rappresenta uno snodo cruciale, anche per fare chiarezza sul futuro.
Per ora resta un equilibrio fragile: tra ciò che De Bruyne è stato, ciò che può ancora essere e ciò che, fin qui, non è riuscito a diventare davvero in maglia azzurra.
