Ci sono storie che il calcio scrive con la mano sinistra, quella del destino cinico, e altre che scrive con la penna stilografica della dignità. La storia tra Igor Protti e il Napoli è un poema breve, una di quelle relazioni consumate nel bel mezzo di un temporale, dove ci si stringe forte non perché sia bello, ma perché fuori fa freddo. È la storia di un bomber di provincia che, in un'epoca di divi e riflettori abbaglianti, ha scelto di essere semplicemente un gigante della vita.
Il nastro del tempo si riavvolge e ci porta a tre pomeriggi che dicono di lui molto più di quanto non facciano i cento e passa gol segnati in carriera.
Il primo ricordo ha il profumo dell'esordio. Stagione 1995-96, la prima domenica di campionato. Bastano tre minuti a quell’attaccante con la faccia pulita per timbrare il cartellino: il primo gol in assoluto di quella Serie A porta la sua firma, un lampo che gela il San Paolo. Finirà uno a uno, ripresa per i capelli da un rigore di André Cruz all’ottantaseiesimo. Come premio simbolico per il primo gol del campionato c'erano delle bottiglie di vino: altri tempi.
Poi arriva l’anno del buio pesto, il 1997-98. Quella del Napoli non è una stagione, è una discesa agli inferi calcistica. Eppure, alla seconda giornata, una fiammata di dignità illumina Fuorigrotta: gli azzurri battono l'Empoli di un giovane Luciano Spalletti. Sarà una delle sole due vittorie di un intero, disastroso campionato. E indovinate chi mette la firma su quell'unico momento di gioia collettiva? Sempre lui, Igor.
Ma il capolavoro umano, la fotografia definitiva di cosa significasse essere Igor Protti, va in scena qualche anno dopo, nella stagione 2003-2004. È l’ultimo anno del vecchio Napoli prima del fallimento e della rinascita con De Laurentiis. A Livorno, gli azzurri naufragano sotto i colpi della squadra amaranto. Finisce tre a zero e la tripletta è tutta sua. Una giornata memorabile per il Livorno, una vittoria cruciale che spinge i toscani verso la Serie A.
Qualsiasi attaccante avrebbe corso sotto la curva, avrebbe urlato al cielo, si sarebbe preso il palcoscenico. Protti no. Protti fa tre gol, si ferma, abbassa lo sguardo. Non esulta. Anzi, guarda i compagni e chiede loro di non farlo, di contenere la gioia. Non esulta per rispetto. Rispetto verso una maglia che aveva indossato per poco tempo, ma nel momento più buio. Rispetto per una piazza che soffriva, che stava vedendo sparire la propria storia. Nessuno a Livorno lo avrebbe condannato per un’esultanza; nessuno a Napoli gliel'avrebbe giurata. Ma lui scelse il silenzio. Perché gli uomini grandi si vedono da come accarezzano i vinti, non da come celebrano i propri trionfi.
Oggi che Igor non c'è più, si rischia di cadere in quella retorica odiosa e abusata che dipinge la malattia come una guerra, come un cancro da "vincere" o "perdere". È una narrazione tossica che trasforma il dolore in una colpa.
Protti non ha perso nessuna battaglia. Igor Protti ha giganteggiato fino alla fine, con la stessa compostezza con cui chiedeva ai compagni di non esultare a Livorno. A perdere, oggi, è il mondo del calcio, privato di una delle sue ultime anime pulite. A perdere è l'Italia tutta, che smarrisce un pezzo di quella provincia fiera, silenziosa e straordinariamente umana.
Il sipario cala, ma l'eco di quel silenzio rispettoso a Livorno risuona più forte di qualsiasi coro dello stadio. Buon viaggio, Igor. Bomber del popolo, gigante della vita.
