Esistono le teorie tattiche di lavagna, i sacri testi del gegenpressing, i dogmi della costruzione dal basso e i trattati accademici sulla transizione difensiva. E poi c’è la filosofia spicciola, quella che non passa per Coverciano ma che affonda le radici nel cemento dei cortili e nella polvere dei campetti: "Capa e noce".
Che McTominay – per giunta in una condizione atletica che definire scintillante sarebbe un esercizio di ottimismo visionario – continui a violare le porte avversarie quasi per decreto divino non è un caso. È una beffa cosmica, una lezione impartita con la semplicità brutale di chi ha capito che nel football moderno, spesso infarcito di sovrastrutture mentali, la differenza la fa ancora una questione di cranio. Nel senso più letterale del termine: mettersi sulla traiettoria del pallone senza calcolare i rischi, senza l'ansia da prestazione, senza la paura di rovinare la piega ai capelli. Con la brama famelica di gonfiare quella rete, e poi – eventualmente – viene tutto il resto.
Il paradosso, del resto, è sotto gli occhi di tutti. Il Napoli attraversa una fase di nebbia e tribolazione, eppure i portieri avversari – che si chiamino Gollini, Mandas, Stankovic o che indossino i guanti di un De Gea in vena di sedute spiritiche – si risvegliano regolarmente San Sebastiani tra i pali, santificati dalle circostanze. Ma ad essere onesti fino in fondo: quei miracoli, i nostri cari ragazzi, glieli propiziano con una generosità quasi commovente.
Prendete Hojlund. Si presenta davanti alle telecamere con l'aria giustamente cupa di chi è stufo di raccogliere delusion. . Un noble rage, per carità. Ma bisognerebbe sussurrargli con dolcezza che quando si riesce nell'impresa mirabile di sbagliare tre palloni a tre centimetri scarsi dalla linea di porta – facendosi prima scippare la gloria da Juan Jesus, poi murare da Gollini e infine ipnotizzare da Mandas – forse il problema non risiede nelle congiunzioni astrali sfavorevoli, quanto nell'approccio al “mestiere”. Ci vorrebbe un bel corso accelerato di capa e noce, alla scandinava maniera di Scott: chiudere gli occhi, buttarsi nella mischia e ricordarsi che né il pallone né la porta di casa propria hanno mai querelato nessuno per eccesso di zelo. Il cuoio non si fa male, la traversa neppure.
E che dire del festival della beneficenza calcistica? Politano che si divora il tre a zero sparando su Gollini, De Bruyne che si premura di esaltare i riflessi di Mandas, Neres che trasforma De Gea in un monumento equestre e Anguissa che, per non farsi mancare nulla, non trova la porta di San Siro a meno di un metro.
Benedetti ragazzi, anime pie. Avrete tutto il post-carriera per aprire una Onlus e dedicarvi alle nobili cause umanitarie; il resto del mondo ve ne renderà grazie imperiture, e magari vi intitoleranno pure una via nei pressi dello stadio. Ma ora, per l'amor del cielo, smettetela con la diplomazia. Sfondate quelle porte, buttatele giù, entrate letteralmente dentro la het con tutto il pallone, il portiere e l'ego annesso.
La ricetta è lì, scritta a caratteri cubitali sulla fronte di chi corre con la spensieratezza dei temerari. Capa e noce.
Per le ripetizioni, chiedere ad un certo Scott.
