L’ultima volta che ho visto Franco Festa mi ha rimproverato e poi mi ha voltato le spalle senza concedermi repliche. L’auditorium del carcere Borbonico era strapieno e si ricordava la figura di Antonio Di Nunno. Guardavo tra i banchi e contavo quanti, avellinesi falsi e cortesi, di quel sindaco, della città che avrebbe voluto realizzare hanno fatto strage di speranze e di sogni.
“La scoperta del doppio”, libro pubblicato da Franco Festa, è l’ennesima, tenera, testimonianza di un amore certo e incondizionato. Non soltanto di luoghi, che nelle sue trasposizioni diventano scene. Ma di modi d’essere e di pensare, di richiami a un passato, non si sa se a torto o ragione, che si ritiene migliore. Franco ritrova l’amico Gabriele e lo arruola in polizia, affiancandolo a quel Melillo, commissario tutto d’un pezzo, già protagonista di storie dannate e risolte.
Prima la scoperta dell’archivio segreto del politico-padrone della città, poi il ricco e spietato presidente della banca locale coinvolto nell’omicidio di una ragazza: Franco usa i simboli del potere per manipolarli e sfidarli su un terreno che non lascia loro scampo.
Franco Festa è una solitaria sentinella della memoria cui si guarda con la stessa incondizionata benevolenza che si riconosceva ad Antonio Di Nunno. Conosciuti come uomini comuni ma diventati giganti per l’agitarsi di un protagonismo di imbecilli. Ladri di cose e di futuro, mercanti di difficoltà. In questo precipitare senza soluzione di Avellino nell’oscurantismo non si trova più chi sappia raccontarla questa città. Senza mettere in un libro le storie che accadono, svelandole per come sono: vecchi e sgamati trucchi per trasformarsi in primi della classe. Anche il voto è diventato fasullo se dietro centinaia di schede uno poi scopre che c’è stato l’appalto fatto vincere a tempo debito, lo straordinario pagato per catturare riconoscenza o, peggio, il colloquio di lavoro (a decine e decine) spuntato come una opportunità ad orologeria.
Matarazzo e Melillo questi inganni li scoprono e Franco Festa porta sempre con sé riconoscenti manette. Un tintinnio liberatorio che da troppo tempo abbiamo smesso di sentire. Forse perché qualcuno si è distratto. Magari perché si è fermato. Sicuramente perché chi dovrebbe scrivere, e finge di farlo tutti i giorni, è troppo impegnato a contare.
Di Franco Festa io amerò sempre il suo doppio, lui sì vero amico mio: Groucho.

