Perle di vetrodi Federico Festa

Il centro sinistra e il giuramento della "pallacorta"

Tutto è pronto per la più grande adunata politica che Avellino ricordi

il centro sinistra e il giuramento della pallacorta

E' venuto un poco lunghetto, forse è meglio che non vi avventuriate a leggerlo tutto.

I drappi degli armigeri s’imponevano al vento. A decine. Ognuno con un simbolo, una battaglia persa, un assessore martire perduto in nome di un ideale, un’intesa, un rimpasto in giunta.

Schiere di armature scintillanti si disponevano sul campo, chi a testuggine, chi a quadrato, chi a due x tre con il resto di uno. Sulle colline, tutt’intorno, le migliori menti, gli strateghi  della visione di gioco, quelli cui tutti guardavano al primo mutar dei venti, al primo stormir delle fronde. Su quella più alta e comoda, si sa come e si sa perché, s’era accomodata Maruzzella Morgante, vestita bianco candido con un berrettino da crocerossina. E tutti, tranne i parenti, gli amici, i familiari assunti all'Asl (insomma, a decine) si erano segnati con la mano storta.

Erano gli Stati generali del centro sinistra, dove tutti avrebbero dovuto firmare un sacro giuramento, quello della "pallacorta". Era un sequel a successo variabile, che andava di nuovo in scena perché dopo gli streaming falliti dei 5Stelle (tornati a tramare in oscuri cantinati come i padri carbonari) c’era bisogno, e s’avvertiva unanime, di una chiamata all’ammuina.

Per essere ammessi, ognuno doveva portare in dote un’anima, una componente, almeno un nucleo familiare numeroso.

Umberto Del Basso De Caro, il più duro e puro delle zone interne, s’era autoproclamato traghettatore: bloccava tutti e chiedeva un fiorino per far passare.  Più giù, defilato, il segretario Di Guglielmo, senza farsi vedere da De Caro che altrimenti lo cazziava, separava i "vorrei ma non posso" dai "ci provo ma non riesco", perché così gli aveva detto di fare Annunziata, che però così facendo s'era ritrovato insieme ai "ci sono ma non conto"

Da ogni dove erano calati.

Giancarlo Giordano si era annunciato con una “chiamata” al Pd, ma a via Tagliamento il telefono era sempre occupato. Era Ida Grella, che ancora incredula, parlava con le amiche per dire a tutte che sì, lei era stata eletta nell’assemblea nazionale. E quando le chiedevano perché, a fare che, lei non sapeva rispondere e agganciava.

Più a sinistra era spuntata Nadia Arace, ancora incredula dell’abbandono subito dalle amiche dello zia Lidia social club, che s’erano vendute mani e piedi per uno spettacolino al Gesualdo e una stanzetta nell’Eliseo.

Dal nord, dall’Alta Irpinia, fresco fresco, era venuto il popolo dei Rosa-punto-a-croce: il più numeroso, il più ambito, quello che poteva, nel giro di una notte, decidere un sindaco, scegliere un consigliere, far cadere un consiglio d’amministrazione. I diciassette chilometri di sciarpa erano serviti ad avvolgere Rosetta D’Amelio, la capostipite, a volte detta solo stipite per le capate che aveva preso  da Luana Evangelista Valentina Paris.

Dai territori dell’ovest, tra un corteo anticamorra e un maglificio che non filava, erano arrivati quelli di Libera e Franco Vittoria, ma De Caro a lui proprio non voleva farlo passare, pure pagando il fiorino. Gli era venuta in soccorso Roberta Santaniello, che, si sa come e si sa perché, con i soldi guadagnati a palazzo Santa Lucia poteva firmare cambiali in bianco per tutto il Vallo di Lauro.

Ammesso, solo come spettatore, Gigino Famiglietti era stato subito cacciato in un angolo da Enzo De Luca, zingarettiano della prima ora, che gli aveva appeso al collo un cartello con la scritta ”renziano”, esponendolo al pubblico ludibrio.

Nella zona centrale del campo, dove c’era la partita vera, lo schieramento era affollatissimo. Gengaro e Cignarella pressavano Luca Cipriano, che s’era già detto contrario al giuramento, mentre Gianluca Festa ridendo, giurava a Livio Petitto che non l’aveva tradito, mentre dalla tasca gli cadevano, uno dopo l’altro, trenta denari con il conio di Carletto Iannace stampato.

Visti i volumi in gioco, Angelo D’Agostino aveva iniziato a calcolare quanti condomini avrebbe potuto realizzare lottizzando il campo, magari offrendosi, per amore della sua terra e senza secondo fini, di realizzare pure il tunnel sotto Montevergine. A quel punto Franco Genzale e Marco Staglianò s’erano scantati e avevano organizzato, chi il venerdì, chi la domenica, jute didattiche sopra il Santuario per indicare a tutti, ma proprio a tutti, la strada da seguire, ammonendo a destra, a centro e a sinistra. Il terzo giorno, quello sbagliato da Carlo Sibilia, il reverendissimo Franco era sceso dal monte e tenendo in mano due pietre (strane perché parevano a forma di culo) aveva mostrato a tutti le regole: “così vinciamo, qui perdete voi”.

Norberto Vitale, commosso, aveva organizzato un dibattito proponendolo “santo subito”. E anche Staglianò aveva pianto, ma era stato a causa della cipolla ramata di Montoro che gli avevano mandato gli amici conciatori di Solofra.

Queste erano solo le premesse. Il vero dibattito, quello che ne sarebbe emerso, soltanto uno come Franco Festa avrebbe potuto raccontarlo. Ma lui aveva il commissario Melillo e l’amico Matarazzo ad aiutarlo. Noi siamo soli e non riusciamo mai a capire.