Perle di vetroil commento di Federico Festa

Pezzi, pugni e pernacchi

La fatwa dell'assessore Giacobbe e la deriva pericolosa contro la satira

pezzi pugni e pernacchi

Mi chiamo Federico Festa e non Salah al-Din. Non avendo la capacità di versetti satanici, provo con la satira. Non ho mai scritto per lanciare una fatwa. Oggi ne ho ricevuto una. Da un assessore, Giuseppe Giacobbe. Gli hanno dato un pugno sotto casa e lui fa risalire l’aggressione a “fatti molto più gravi che un torneo di calcetto negato”, fa risalire il pugno ricevuto a un articolo scritto “il 24 settembre pomeriggio da Ottopagine”, ovvero un articolo scritto da me.

Si chiama “Pizze, bombe e fantasia” e fa parte di una rubrica, “Perle di vetro”, che è su questo sito e che, prima ancora, era su Ottopagine, quando con la carta e il sudore quotidiano di centinaia di persone abbiamo dimostrato a tutta Italia che un giornale di provincia si poteva fare e si poteva fare pure bene. Con Gianni Festa, che ora dirige con piglio e garbo il Quotidiano del Sud, abbiamo dimostrato all’epoca che si poteva anche vincere la sfida della sopravvivenza solo nelle edicole.

Poi hanno inventato i contributi e sono scesi i lanzichenecchi in redazione. Loro sapevano come fare, per anni s’erano ingrassati con gli uffici stampa all’epoca di Zamberletti. Ci hanno messo poco a smontare il giornale come azienda e a montare la testa ai fragili editori dell’epoca.

“Perle di vetro” è l’unico ricordo che mi concedo di quegli anni. Prima ancora Ottopagine schierava “Groucho”, per la penna di Franco Festa, irraggiungibile esempio di ironia tanto sottile quanto tagliente, a volte velenosa.

Insomma, un giornale deve essere cattivo e irriguardoso. Un angolo dove capi e capetti di turno, ogni tanto non sempre, vengono sbertucciati, ci vuole, ci deve essere. Come la pernacchia di Totò al comandante delle SS o come il più nobile pernacchio che don Ersilio Miccio (lui vendeva saggezza) consigliò agli abitanti del vicolo contro l’alterigia del duca Alfonso Maria Sant’Agata de’ Fornari.

Io non so se a Geppino Giacobbe il mio articolo dev’essere suonato come una pernacchia o un nobile pernacchio. Certo gli ha dato fastidio, al punto da inquietarlo.

“Se ci saranno gli estremi, querelo”, ha detto a Gianni Coluccio de Il Mattino, che non ha ancora superato il provincialismo di parlare di un articolo di un collega senza nominare la testata. E dire che Coluccio fa il sindacalista dei giornalisti. Ovviamente, lui riporta senza colpo ferire la fatwa dell’assessore. Tanto se poi trovo sotto casa qualche fesso che traduce a modo suo l’accusa di Giacobbe, al Coluccio, rappresentante sindacale dei giornalisti, che gliene frega?

E non è un caso che a riproporre l’espressione intimidatoria, fuoriluogo e pericolosa di uno scomposto Giacobbe siano state emittenti dai direttori ben noti, come quella Irpiniatv che i Giordano hanno recentemente riaffidato a Franco Genzale, uno dei cacasenno più noti in questa provincia.

Beh, cosa dirvi: spero nella querela. Vuoi vedere che nel tribunale dove ancora ci sono i cartelli che invitano a scappare (perché l’ambiente è a rischio crollo), riusciranno nell’arduo compito di stabilire confini sicuri tra cosa si può scrivere e un pernacchio.