Perle di vetroil commento di Federico Festa

Li ha stanati la vergogna

Gli stessi errori nella stanza dei ricordi

li ha stanati la vergogna

Li ha stanati la vergona, la paura d’essere travolti dalla loro inadeguatezza, fatta tutta di burocrazia e sotterfugi. Erano irraggiungibili nelle loro alte torri di profumato marzapane, circondati da servi e vice servi, figli di un divino tocco che, grazie a mille e mille accondiscendenze, li aveva fatti scegliere, eletti tra gli eletti. Manager, direttori generali, capi dipartimento, coordinatori di improbabili progetti che drenavano fondi. Ancora e ancora. Fino a preferire una consulenza a un infermiere.

Immuni, tranne qualche rara messa a punto di solitari magistrati tra i più attenti, a ogni tentativo di porre freno all’allegria di una nomina, alla serietà di un concorso, all’utilità in un reparto, all’obbligo di macchinari e attrezzature moderne, efficaci.

Trascinati da improvvisati e preoccupatissimi uffici stampa, pure loro sempre scelti grazie a comparielli, li abbiamo visti davanti a stucchevoli inquadrature che Telekabul era come la BBC.

Uno dopo l’altro si sono concessi. Hanno spiegato. Hanno finto, schiacciati dall’emergenza e dalla paura di rivolte, d’essere paladini di una “doverosa trasparenza”, la stessa che guardavano sempre passare indifferenti a tre piani dalle loro poltrone. La verità: corpo estraneo inutile. Dettaglio trascurabile. Stonatura irricevibile.

Macché.

Chi si è finto bravo. Chi si è finto organizzato. Chi si è finto sereno. Come quei politici che sono scomparsi dalla circolazione. O quelli che, latitanti dai collegi, hanno ripreso a discettare sui guai del territorio che non curavano da anni.

Questo virus in certe parti sta mettendo le cose a posto. I nani in mezzo ai nani e i giganti veri che abbiamo scoperto tra i volti di tutti i giorni, gli eroi sconosciuti che poi scrivono la storia e la cambiano. Uguali a chi scavò tra le macerie per cercare il corpo di un familiare che non era il suo, per dare una mano, un sorriso.

Dicono che ce la faremo.

Certo. Si sopravvive sempre e tutte le ferite possono rimarginarsi. Ma le cicatrici restano. Noi i morti abbiamo imparato a contarli. Le bare in fila le abbiamo viste per il terremoto, per Quindici, sotto un ponte a Monteforte.

Sempre, l’errore è dimenticare le lacrime di allora e i fantasmi di oggi: gli Epigoni che si credevano Re, evaporati nel loro mare di inconsistenza.

Dicono che ce la faremo. Magari. Noi, al massimo, ce la caviamo.